«Cesare deve morire», Orso d’oro a Berlino

Dopo 21 anni l’Italia vince il prestigioso riconoscimento grazie ad un film dei fratelli Taviani ambientato nel carcere di Rebibbia. Il lavoro racconta l’esperienza di teatro di un gruppo di detenuti di Massimo Giraldi

Certe volte i premi sembrano fatti per sovvertire le previsioni. Per quanto ben presentato e accolto con buoni favori alla proiezione ufficiale, nessuno aveva messo in conto che il film «Cesare deve morire» avrebbe ricevuto il premio più importante, l’Orso d’oro, al festival di Berlino, chiusosi nei giorni scorsi.

Soprattutto nella fase preliminare si era parlato di presenza debole del cinema italiano, quasi a preludere ad una nuova stagione di assenza dai vari palmares. Invece, 21 anni dopo il successo de «La casa del sorriso» (1991), del sulfureo e provocatorio Marco Ferreri, ecco un titolo nostro di nuovo gratificato dell’alloro principale, con molta e giustificata soddisfazione. Forse i registi , i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, non rappresentano una novità (79 e 81 anni), ma c’è da credere che il riconoscimento vada nella direzione di dare la più ampia visibilità alla tipologia del film, alla sua sostanza narrativa e espressiva.

È qui infatti che poggia il nucleo forte dell’operazione. Quando si apre l’immagine, ascoltiamo le ultime battute del Giulio Cesare, dramma di William Shakespeare. A pronunciarle sono i detenuti del reparto «Fine pena mai» del carcere romano di Rebibbia. A guidarli c’è Fabio Cavalli, attore e autore teatrale. All’inizio i registi, per evitare equivoci, informano lo spettatore sulle pene che devono scontare coloro che di lì a poco si mostreranno come attori: ci sono condanne per associazione mafiosa, e anche ergastoli. Dopo questo inizio, si fa un passo indietro, e si segue il progetto dagli inizi, a partire dalla scelta dei nomi e poi le prove, i confronti fra attori e regista. I carcerati diventano Bruto, Cassio, Marcantonio, Lucio, Decio, tutti i senatori che parteciparono alla congiura contro Cesare. Nei suoi comportamenti si ravvisano eccessi capaci di condurre ad una tirannide, bisogna impedirlo, forse l’impresa non è giusta, ma Cesare deve morire.

L’intramontabile testo shakespeariano offre la possibilità di una immediata vicinanza con l’attualità e l’ estrema plasticità delle parole concede impensate libertà di atteggiamento. In sostanza non si chiede ai detenuti di fare gli attori ma, al contrario, di identificare se stessi con i personaggi, di tirarne fuori le ragioni e i torti, in una sorta di estremo confronto tra realtà e finzione. A renderlo più stringente, antididattico, spoglio, ecco i nuovi protagonisti mantenere nella pronuncia i rispettivi dialetti di provenienza, rovesciati sulle frasi scolpite del drammaturgo inglese in una sorta di beffardo rovesciamento delle parti.

In corrispondenza alla realtà di un mondo a parte come quello del carcere, i registi girano (tranne due sequenze) in bianco e nero: scelta che sottrae la possibilità di distrazioni o seduzioni formali. Molti (anche nelle realtà parrocchiali, associative, didattiche) conoscono e usano il teatro in funzione di coinvolgimento collettivo, di spinta e invito a rimettersi in gioco, a crescere con nuova consapevolezza. Qui, tra i due punti evidenti del carcere da un lato e dell’espressione teatrale dall’altro, c’è, quale terreno unificante, il cinema. Ossia l’immagine sulla quale l’azione si imprime.

Così questo lavoro svolto dentro corridoi e celle non resta chiuso ma può andare fuori, farsi conoscere, vivere una vita lunga fatta di scambi di esperienze. Un’opera di promozione della quale vanno sottolineati il coraggio e l’acre sapore della sfida alla legalità e alla umanità dell’individuo. Una docufiction, che scavalca storie, finzioni, simboli per restare attaccata ad un testo che coinvolge oggi al pari di secoli fa. La presenza dell’arte e della creazione artistica avvicina chi forse l’aveva sempre rifiutata. E non ci sono differenze fra teatro, cinema, televisione: o forse ci sono, ma l’obiettivo di tutti non è salvare i mezzi, è salvare l’uomo.

21 febbraio 2012

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