Crisi, governare le paure e far fiorire la speranza

I “Dialoghi” con De Rita e l’arcivescovo Ravasi. L’introduzione del cardinale Vallini. Una riflessione sulle radici dell’instabilità economica e sociale di Francesco Lalli

«Una denuncia ragionevole e ragionata degli errori». È quanto il Papa aveva chiesto alla sua Chiesa di Roma nei giorni scorsi indicando l’atteggiamento da seguire per far fronte alla crisi economica e sociale in atto. Un’esortazione da cui ha tratto subito spunto il primo appuntamento del nuovo ciclo d’incontri “Dialoghi in cattedrale” , lunedì 9 marzo, dedicato a “Le sfide della crisi: paure e speranze”, che ha visto confrontarsi in un’affollata basilica lateranense l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, noto biblista e presidente del pontificio Consiglio per la cultura, e il sociologo Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis, introdotti e moderati dal cardinale vicario Agostino Vallini.

«La crisi attuale tocca la vita, le relazioni i sentimenti e la progettualità stessa del futuro», ha ricordato nella sua introduzione il cardinale, «generando precarietà, disuguaglianza, ed un’insicurezza capace di assumere anche la forma della paura nei riguardi dell’altro, dello straniero; come dimostra il crescente sentimento di criminalizzazione nei confronti degli immigrati».

Un complesso articolato e diffuso di timori che incide ancora più in profondità nella ferita aperta dal passaggio progressivo, ma inesorabile, da «una società in cui i mezzi erano scarsi ma i fini certi, ad una “società dell’incertezza” in cui i mezzi sono abbondanti ma i fini incerti». In questo contesto – ha proseguito il cardinale Vallini – vale la pena chiedersi se la crisi sia un fenomeno esclusivamente negativo o se sia possibile ritagliare uno spazio alla speranza.

Proprio al moltiplicarsi delle paure e alle pericolose conseguenze di un atteggiamento che trova nella società moderna un brodo di coltura ideale, è stato dedicato l’intervento di Giuseppe De Rita: «È incontestabile – ha esordito il segretario generale del Censis – che la società attuale ha perso quello sviluppo rettilineo successivo al secondo conflitto mondiale. Quest’andamento è stato rotto sul piano politico dall’11 settembre del 2001 e sul piano economico dalla conservazione forzata del concetto di globalizzazione attraverso una serie di bolle – dal petrolio al mercato immobiliare – producendo poi quell’ondata di crisi caratterizzata, oggi, da una logica comunicativa drammatizzante».

E se il Paese dimostra, per il momento, di reggere bene in virtù di «quel peculiare policentrismo italiano che per via di antichi ammortizzatori sociali, dalla famiglia al lavoro nero passando per il sostegno fra impresa e impresa, decomprime in parte le difficoltà attuali» è pur vero che «troppe sembrano le paure fortemente avvertite dalla popolazione».

Tra le 30 e le 35 quelle principali – dalla perdita del lavoro a quella della salute – di fronte alle quali «a poco serve l’invito a non avere paura rivolto da istituzioni e politica. Al contrario, occorre contrapporre al politeismo delle paure il monoteismo della speranza e capire che le paure, per quanto numerose siano, hanno sempre una radice unitaria: essere invasi nella nostra parte migliore da qualcosa di sconosciuto ed inconscio».

«La paura – ha proseguito De Rita – è un’emozione vincente in un contesto come quello di oggi, zeppo di emozioni, ma privo di sentimento, ovvero della capacità di selezione delle emozioni, del controllo del proprio timore. È da questo processo che si comincia a dare la parola alla speranza, a sua volta nutrita di pazienza e di vigore. Vigore che è anche elemento sovrannaturale, legame con il piano della creazione a cui l’uomo partecipa migliorando se stesso».

È su questo stesso piano che l’arcivescovo Gianfranco Ravasi ha tracciato le sfumature di un passaggio possibile, quello dallo sgomento alla fiducia, rintracciato a partire dalle Scritture: «Esiste per così dire uno spettro cromatico i cui due estremi sono rappresentati dall’algido del colore violetto e dal caldo del rosso. Il violetto è il colore della disperazione e della desolazione, evocata da tante pagine bibliche – dal capitolo 7 di Giobbe, attraverso la rappresentazione che fa Isaia di Gerusalemme in 29, 4, fino alla Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi (4, 15)».

«A tutto ciò – ha continuato monsignor Ravasi – si oppone il verde intermedio della speranza storica, da ricercare qui ed ora e da far fiorire nella solitudine, nella comunione con le situazioni di sofferenza fisica e morale, e nel sociale con la vicinanza agli isolati, a quanti scontano un degrado materiale o spirituale». «Infine – ha terminato – c’è il rosso del futuro, dell’oltre, la speranza escatologica che viene dalla rottura del limite della nostra fragilità. Una promessa di senso che fece scrivere al teologo dell’ateismo Ernst Bloch: «Finché c’è religione c’è speranza». Una speranza che deve lottare per il futuro-nuovo e continuare a stare sul fronte.

Per quanti non hanno potuto seguire dal vivo l’appuntamento, c’è la possibilità di vederlo in tv: domenica 15 marzo alle 9.20, prima della Messa su Telelazio Rete Blu (canale 69), a Roma e in alcune zone del Lazio, andrà in onda la difefrita dei “Dialoghi in Cattedrale” (versione breve: senza i canti e la lettura iniziale).

10 marzo 2009

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