De Rita: Roma è una città accogliente
Agli Stati generali del sociale il presidente del Censis presenta il rapporto sulla città. Tutto «ruota intorno alla famiglia». Tante le forme di disagio ma sono molti i romani che si dedicano al volontariato di Lorena Leonardi
«Una città che accoglie e integra persone provenienti da territori vicini e lontani. Un formidabile magnete che attrae chi è a caccia di opportunità». Il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, ha definito così la capitale, martedì all’Antonianum dove, in occasione degli Stati generali della famiglia e del sociale, ha presentato il rapporto sul “Valore del sociale a Roma”.
«Roma è un processo inclusivo costante, una grande betoniera che impasta. Se la capitale – ha spiegato – è sempre più senza centro storico», quasi esclusivamente riservato ai turisti, può almeno vantare «periferie omogenee», dove le «famiglie proprietarie dell’abitazione in cui vivono sono l’82% rispetto al 71,5% registrato nei quartieri del centro». L’identità romana «è per strada, processuale. È l’identità dell’intrusione, dove la componente relazionale è fondamentale». In questo quadro, «la comunità romana» diventa «il frutto di persistenti flussi di persone in entrata», tanto che ancora oggi si può dire che «romani si diventa».
Tutto, però, «ruota intorno alla famiglia», che «non è oggetto ma soggettoۚ», e si tende, per quanto possibile, «a vivere in prossimità dei parenti». Più del 50% dei romani maggiorenni abita con i genitori o vive a un massimo di 30 minuti a piedi. Se la famiglia rimane il fulcro della vita sociale, crescono le vulnerabilità potenziali: basti pensare che negli ultimi dieci anni 303mila persone in più vivono da sole. E «come in tutte le grandi città», anche a Roma c’è «una pluralità di forme di disagio»: circa 107mila le persone non autosufficienti, 80mila i disabili, 74mila i giovani che non studiano né lavorano, 131mila le persone che vorrebbero andare a vivere per conto proprio ma non ci riescono per i costi delle case. È dai disagi, ha spiegato De Rita, che «nasce imponente la domanda di welfare che Roma deve affrontare» soprattutto a fronte del «rischio che i tagli imposti dal governo colpiscano in città fino al 40% degli attuali beneficiari di servizi, interventi e prestazioni di assistenza».
Buono anche il bilancio della «Roma che fa del bene»: quasi 470mila romani dichiarano di dedicarsi al volontariato, e più di 61mila sono giovani fino a 29 anni. A questo proposito, il vescovo ausiliare Guerino Di Tora, intervenendo agli Stati Generali, ha sottolineato la funzione aggregativa svolta da parrocchie e luoghi religiosi, «rimasti tra le poche istituzioni ancora capaci di ascoltare, accompagnare e aiutare». «Le risorse spirituali e umane di ciascuno – ha aggiunto – non vanno disperse, ma sostenute e coordinate per offrire soluzioni possibili alla ricerca di equilibrio, benessere e pace».
Quanto alla percezione di sé, i romani si vedono tolleranti (38%), generosi (24%), collaborativi (21%) e laboriosi (19%). Hanno una visione positiva anche dei migranti, vero motore della crescita della città, visto che «l’80% è qui per restare e il 62% ha aspettative crescenti, con la convinzione che i figli staranno meglio di loro». La Roma del futuro è «destinata a correre verso il meglio»: secondo il 76% degli intervistati nel 2020 la città sarà «più aperta al mondo secondo», «più dinamica» (72%), «più solidale» (59%). Riguardo ai valori di cui la capitale avrà più bisogno per essere migliore, il rispetto è messo al primo posto dal 51% dei romani: «valore indispensabile – ha detto De Rita – affinché diverse identità e aspettative, stili di vita e interessi, molteplici traiettorie socio-economiche possano coesistere virtuosamente».
«Non si può stare a Roma senza avere l’idea dell’universale», ha detto il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, durante la tavola rotonda sui dati del rapporto, sottolineando il «grande bisogno di comunità: lo spirito del tempo è “mi salvo da solo”, non è così. La vita – ha spiegato – è nella solidarietà, nella rete di umanità». Pertanto, ha auspicato, «bisogna lavorare tutti di più insieme per evitare lo sfilacciamento del tessuto sociale nelle periferie». Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la sussidiarietà, ha sottolineato come l’uomo sia «un animale relazionale», mentre il vicepresidente nazionale della Confcooperative, Carlo Mitra, ha evidenziato che «nel nostro Paese la spesa sociale è inferiore alla media europea, ma tutti gli operatori devono esprimersi a un livello di efficienza più alto», auspicando «meno assistenza passiva e maggiore protagonismo da parte dei cittadini». Gli ha fatto eco Stefano Zamagni dell’Università di Bologna, spiegando che «al modello di welfare compensativo, meramente assistenziale», dobbiamo preferire «quello abilitante, che potenzia le capacità delle persone».
27 giugno 2012