Di fronte al dolore una risposta di amore
Dedicato al tema del fine vita l’incontro dei “Dialoghi in cattedrale”, con l’arcivescovo Fisichella, la bioeticista Di Pietro e il giurista D’Agostino di Angelo Zema
«Fine vita»: due parole che, nonostante le semplificazioni e le distorsioni dei mezzi di comunicazione, indicano un tema complesso. Con termini utilizzati a volte in modo improprio, ma dove la posta in gioco è altissima: il senso stesso della vita. Lo si è visto di recente con la vicenda di Eluana Englaro. Di storie simili, con pazienti in stato vegetativo, con una loro piena dignità del vivere, in Italia ce ne sono circa duemila. Non è quindi possibile ignorare il tema, ognuno è chiamato a prendere posizione. Peculiare è la responsabilità dei cattolici, che credono nella risurrezione e sono chiamati a confrontare fede e ragione nel formare la propria coscienza. Sapendo che vi sono situazioni in cui l’unica parola decisiva è l’amore. È la considerazione condivisa dai tre esperti intervenuti lunedì sera all’incontro diocesano del ciclo “Dialoghi in cattedrale” nella basilica di San Giovanni in Laterano (telecronaca differita in onda domenica 26 alle 8.10 e alle 22.20 su Sat2000 e Telelazio Rete Blu): l’arcivescovo Rino Fisichella, moderatore della serata; la bioeticista Maria Luisa Di Pietro; il giurista Francesco D’Agostino.
Tema di grande attualità e delicatezza, sottolinea il cardinale vicario Agostino Vallini nel saluto iniziale, e lo si coglie subito con i riferimenti di monsignor Fisichella al caso Englaro e ai numerosi interrogativi sollevati dalla vicenda, che interpellano ogni coscienza. Dall’eutanasia all’accanimento terapeutico al consenso informato al rispetto della dignità di ogni persona. Interrogativi che, osserva l’arcivescovo Fisichella, presidente della pontificia Accademia della Vita e rettore della pontificia Università Lateranense, «non possono risolversi semplicisticamente invocando la libertà individuale, a meno che il bene e il male non sia ridotto a un puro sentimento soggettivo». Il problema è conciliare principi come la libertà personale e l’indisponibilità della vita, «ugualmente validi», puntualizza il presule. «Segno di civiltà e di progresso non è eliminare ciò che non si riesce a racchiudere nelle sole maglie della ragione», ma mettere in luce che «solo nella misura in cui si è capaci di dare una risposta carica di amore, allora si sarà in grado di affrontare la domanda sul senso del dolore e della morte».
Su questa linea Maria Luisa Di Pietro, medico endocrinologo e copresidente di Scienza & Vita, rimarca l’importanza dell’assistenza come «cura» nel senso di un’attenzione globale al malato, specialmente quello grave e terminale. «Riconoscendo la sua dignità inalienabile di persona umana, indipendentemente dalle sue possibilità di guarigione e dall’esito della sua patologia». E punta molto, nel suo intervento, sul fare chiarezza rispetto ai termini in gioco, specialmente su quelli di «coma» e di «stato vegetativo», di cui spesso si è parlato negli ultimi mesi con la vicenda Englaro. «Il paziente in stato vegetativo – tiene a precisare la Di Pietro – non è un malato terminale». Quanto all’accanimento terapeutico, altro termine controverso, «va valutato sul caso concreto del malato». Importante, secondo la bioeticista, «recuperare un’alleanza medico-paziente specialmente di fronte alla prova decisiva della fase terminale, in cui il medico potrebbe diventare un “compagno di viaggio” verso il grande enigma della morte». Da qui anche l’urgenza di un impegno formativo, come quello messo in moto dalle decine di associazioni firmatarie del manifesto «Liberi per vivere», anche rispetto al personale sanitario. Nella convinzione che «il medico deve essere al servizio della vita».
Una consapevolezza ribadita da Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del diritto e presidente dell’Unione giuristi cattolici, che richiama il valore del giuramento di Ippocrate, finalizzato alla tutela della vita fisica. «Prendersi cura di un malato in stato vegetativo, parlare con lui, accarezzarlo – afferma – non è prendersi cura di un corpo, ma di una persona, che continua ad avere una sua straordinaria vita biografica: quella che si attiva nel rapporto con coloro che di lei si prendono cura». Il grande pericolo che indica D’Agostino, evidenziato dal caso Englaro, è «la distinzione tra “vita biologica” e “vita biografica”, che aprirebbe la strada a teorie antropologiche pericolosissime, quelle che postulano la riduzione della qualità della vita a indicatori biometrici. La stessa identità della medicina verrebbe compromessa».
21 aprile 2009