Diritto alla vita e la realtà capovolta

di Angelo Zema

È stato detto – ed è ben noto – che i media «costruiscono la realtà». Accade ad esempio quando la trasmissione televisiva «Vieni via con me» concede – come abbiamo visto due settimane fa – largo spazio a chi invoca l’eutanasia come scelta legislativa. Di più, è vero anche che i media capovolgono la realtà, come è avvenuto nei giorni scorsi, quando in un articolo di giornale, firmato da un autore della medesima trasmissione, abbiamo letto un singolare parallelo. Per dirla in sintesi, chi assiste persone in stato vegetativo con passione e amore sarebbe «forte» in quanto dotato del «vantaggio oggettivo di operare senza ostacoli giuridici», mentre rappresentante dei «deboli» sarebbe chi preferisce «l’interruzione delle cure a una vita a suo giudizio invivibile e invissuta».

Colpisce il capovolgimento della verità operato rispetto a situazioni come quelle dei familiari di pazienti in stato vegetativo o di famiglie che si trovano ad assistere vite che si vorrebbero giudicare «invivibili», in cui le difficoltà evidenti nell’ottenimento di assistenza domiciliare o dell’indennità di accompagnamento o di aiuti per non autosufficienti verrebbero inquadrate nella categoria «forti». Mentre i deboli sarebbero gli altri, coloro che non hanno la possibilità di decidere di «staccare la spina» in base alla propria «richiesta» consapevole o invocando per terzi un consenso presunto in base a determinate circostanze.

Ma colpisce anche il sovvertimento del valore del diritto, che si vorrebbe asservito ad un soggettivismo sempre più diffuso e che una certa corrente culturale tende ad erigere a dogma. Inequivocabile, in questo senso, l’espressione «a suo giudizio» citata prima, che si appella alla logica del «così penso io» come base di una nuova stagione del diritto. Per non parlare di quegli aggettivi «invivibile» e «invissuta», che con una valutazione «a giudizio» del singolo rischierebbero di portare tristemente lontano: perché allora non includere, oltre ai malati in stato vegetativo, anche i minorati psichici o i malati di Alzheimer o tutti i non autosufficienti, e così via?

«Oggi, una certa corrente di pensiero – scrive Mario Melazzini, presidente dell’Aisla, associazione malati di Sla – ritiene che la vita in certe condizioni si trasformi in un accanimento e in un calvario inutile, dimenticando che un’efficace presa in carico e il continuo sviluppo della tecnologia consentono anche a chi è stato colpito da patologie altamente invalidanti di continuare a guardare alla vita come a un dono ricco di opportunità e di percorsi inesplorati prima della malattia». Lo dimentica evidentemente anche chi – utilizzando il servizio pubblico radiotelevisivo – favorisce il monopolio di voci che parlano di eutanasia e di vite «invivibili», e relega nella marginalità chi, il più delle volte nella solitudine e senza clamori, porta avanti la propria battaglia in nome della vita con la forza della debolezza e della fragilità che scaturisce dall’amore. L’unica forza che, in questo caso, conta davvero.

29 novembre 2010

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