Discriminazioni e molestie nei rapporti interpersonali

di Angelo Peluso

Discriminare significa indurre malessere in un’altra persona, negare la sua personalità e alterarla con pregiudizi generici o specifici che spesso offendono la sua dignità. Stereotipie e pregiudizi sono duri a morire e ne nascono sempre nuovi coinvolgendo singole persone o un’intera collettività.

Nel corso del processo di sviluppo e dell’acquisizione dell’identità personale, ciascuno di noi – maschio o femmina – affronta la sua «nascita psicologica» in un groviglio di sensazioni ed emozioni, di non distinzione tra sé e il mondo. Solo attraverso un complicato percorso mentale e relazionale si arriva ad articolare identificazioni e disidentificazioni, a stabilire i confini tra sé e non sé, a distinguere tra padre e madre, maschile e femminile.

Attraverso la socializzazione costruiamo la nostra identità e costruiamo il nostro modo di vivere i rapporti con gli altri. È la positività o meno delle nostre esperienze che favorisce una maggiore o minore soglia di tolleranza alla novità e a ciò che è diverso da noi; questo permetterà nel tempo di accettare o meno un’altra persona dentro di noi.

Può capitare che un essere umano, pur non provando nessuna attrazione fisica e mentale verso un altro essere umano, interagendo con luilei , possa sentire un “impulso” emotivo che glile faccia comunque desiderare di instaurare una relazione.

Talvolta questo può nascondere anche il desiderio di “esercitare un condizionamento sull’altro” a causa di oscuri bisogni personali. Il presupposto di ogni comportamento negativo è l’incapacità di riconoscere l’altro come persona intera, separata e distinta da sé.

Come in ogni manipolazione, la prima tappa consiste nel far credere all’interlocutore che è libero, anche se si tratta di un’azione ingannevole, che priva della libertà chi la subisce. Non si tratta, in questo caso, di discutere da pari a pari, ma di assoggettare, mentre si preclude all’interlocutore di prendere coscienza del processo, impedendogli di discutere o di opporre resistenza. Si toglie alla vittima la capacità di difesa, la si priva di qualunque senso critico, eliminando così ogni possibilità di ribellione.

Il fenomeno del mobbing di cui oggi si parla tanto ( talvolta anche a sproposito ) è proprio un processo in cui si mira ad annullare l’altro non riconoscendogli alcuna dignità di giudizio o di azione. È una sorta di “fagocitazione” della identità altrui per presunti timori di aggressione alla propria identità instabile.

La donna è ancora oggi oggetto di molestia e di discriminazione soprattutto per le competenze che non le vengono riconosciute o per presunte inadeguatezze. Il rapporto molesto si mette in atto in due fasi: una di seduzione perversa, l’altra di violenza palese.

La prima fase tramite un processo seduttivo. È una fase preparatoria, nel corso della quale la vittima viene destabilizzata e perde a poco a poco la fiducia in se stessa. Prima di tutto bisogna sedurla, poi influenzarla per imporle, da ultimo, il proprio ascendente, privandola così di ogni frammento di libertà. La seduzione consiste nell’attrarre irresistibilmente. È una seduzione narcisistica: si cerca dì esercitare fascino senza lasciarsi coinvolgere.

Se dovessimo tracciare un ipotetico identikit del persecutore, possiamo fare alcune ipotesi che partono sempre dalla bassa “autostima mascherata” di questi personaggi. Ununa uomodonna che non si ama e che ha paura di non essere amatoa, utilizzerà strumenti di seduzione, ostentando forza, ricchezza o potere che in realtà non ha, in questo modo attirerà a se solo il tipo di donneuomini dalle quali in realtà fugge, perché incapaci di apprezzarloa per la sua vera natura. Le donneuomini che sono attratte solo dalle cose che luilei ostenta, hanno più problemi di autostima di luilei.

Non c’è niente di meno attraente per una donnauomo costruttiva, di un uomodonna che recita delle parti. L’uomodonna distruttivoa verrà tradito o lasciato e si convincerà che le donneuomini sono tutte infedeli e inaffidabili, in realtà solo quelle che luilei ha saputo meritarsi, lo sono state con luilei.

Per sfuggire al senso del vuoto, i narcisisti diventano affabili e simpatici, seducono, insomma, sicuri di contare sugli affetti altrui e sulla recettività di tutti nei confronti della bellezza e del fascino, ma soprattutto della disinvoltura e dell’autostima esibite a tutto campo. I narcisisti temono ogni confronto e vogliono che tra sé e loro ci sia sempre un divario incolmabile, al fine di perpetuare l’ammirazione. Si pongono verso il pubblico certi di avere un privilegio aristocratico che li fa appartenere a un club per pochi eletti, lasciando il «volgo» nello spazio plaudente dell’anonimato.

Quella dei narcisisti è quindi un’«invidia nera», un atteggiamento distaccato e ipercritico che li fa essere sprezzanti e cattivi con coloro che li «adorano», per la consapevolezza di esserne in qualche modo dipendenti, di essere in balìa del loro consenso, venendo a mancare il quale il proprio Sé-grandioso sarebbe costretto a ridimensionarsi, con schricchiolii e crolli probabili quanto temuti.

Nella strategia perversa non bisogna distruggere l’altro all’inizio, ma sottometterlo a poco a poco e tenerlo a disposizione. L’importante è conservare il potere ed esercitare il controllo. Le manovre sono dapprima insignificanti, ma diventano sempre piú violente se il partner si oppone.

Le vittime descrivono, tutte, difficoltà a concentrarsi su un’attività quando il loro persecutore è nelle vicinanze. Questi dà all’osservatore l’impressione di essere del tutto innocente. Si instaura un grande scompenso tra il suo agio apparente e il malessere e la sofferenza delle vittime, che si lamentano, a questo stadio, di sentirsi soffocate, di non poter fare niente da sole. Descrivono la sensazione di non avere spazio per pensare.

Uno degli effetti più evidenti nel comportamento di chi ha schemi mentali rigidi, è la sua perenne insoddisfazione; gli schemi mentali determinano il giudizio quasi ossessivo di ogni cosa e lo sviluppo di aspettative. Ogni volta che si creano aspettative in funzione dei propri schemi mentali, si corre il facile rischio che queste vengano disattese, soprattutto se le aspettative riguardano il comportamento che altre persone dovrebbero avere scaricando su di loro il peso e la responsabilità della propria insoddisfazione

I soggetti distruttivi generano disordine e infelicità e utilizzano tutta la loro energia per cercare continuamente nuove coperture per le loro paure non risolte. A volte diventano talmente esperti e bravi nel coprire le loro profonde voragini che appaiono come persone perfette, bravissime, buone, amabili e generose.

Non è facile riconoscerle, spesso sono attori bravissimi, capaci di recitare parti difficilissime. L’unica cosa certa è che le loro azioni, anche se apparentemente giuste, determinano sempre una effettiva riduzione dell’ordine nel sistema in cui agiscono. Attaccare identità altrui é l’illusione di essere padroni di ogni situazione e di poter incidere sul destino di un altro. Proprio quella forza che sanno di non avere e che li rende prigionieri di un castello di sabbia.

Per fare un’opportuna differenziazione, i soggetti costruttivi – nella loro solitudine più intima – sono comunque felici. Tendono a dare il meglio di se stessi in ogni cosa che fanno, anche la più banale, collaborando attivamente ad ogni fenomeno costruttivo.

Uno dei segreti di chi è felice, oltre a quello di avere schemi mentali elastici, è di non avere mai aspettative la cui soddisfazione dipende da ciò che altri possono o debbono fare. Non avere aspettative non significa essere rassegnati, bensì essere liberi dalle paure che possono impedire che le aspettative stesse vengano soddisfatte.

Soltanto famiglie dove siano chiari i ruoli e siano presenti processi comunicativi costruttivi, possono creare persone capaci di vivere serenamente la propria affettività e di costruire una identità stabile e armoniosa. E proprio negli intrecci familiari che purtroppo si mettono in moto i meccanismi patogeni che creano “vittime e persecutori” in un gioco senza fine.

22 maggio 2009

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