Divorziati risposati: misericordia e chiarezza
Nell’incontro di inizio anno pastorale per il clero della diocesi – lunedì 26 settembre al Divino Amore – obiettivo puntato sul tema della pastorale per i cristiani divorziati e risposati, con la riflessione del teologo Giordano Muraro di Angelo Zema
La scheda: il programma della formazione permanente del clero
La scheda: gli esercizi spirituali per i sacerdoti
Una pastorale di accompagnamento nel cammino verso la salvezza. Una pastorale che non punti sui divieti, ma sappia guidare alla ricerca della misericordia divina, facendo sentire a chi soffre per un matrimonio fallito l’abbraccio della comunità ecclesiale.
Le nuove modalità per porsi con amicizia e fraternità accanto ai divorziati risposati, e a tutti coloro che vivono una lacerazione nel loro matrimonio, è in queste indicazioni, che il teologo padre Giordano Muraro, domenicano, ha fornito lunedì 26 settembre ai circa 1200 tra sacerdoti e diaconi permanenti riuniti nell’auditorium del santuario della Madonna del Divino Amore per il tradizionale incontro di inizio d’anno pastorale, aperto da una meditazione di monsignor Tani su «Famiglia ed Eucaristia».
Nell’intervento di padre Muraro, un’analisi a tutto campo, a cominciare dal versante dottrinale. Ampio spazio al documento della Congregazione per la dottrina della fede, datato 1998, che reca l’introduzione dell’allora cardinale Ratzinger. «Troppo spesso viene data una lettura negativa dei documenti della Chiesa – ha lamentato padre Muraro -. Invece non c’è rigidità, ma chiarezza. Per questi nostri fratelli c’è un cammino di salvezza, da attuarsi all’interno della comunità ecclesiale. Con alcuni limiti, l’impossibilità di accedere alla Comunione, alla confessione-assoluzione, ad alcuni servizi ecclesiali. Ma le motivazioni vanno spiegate: i divorziati risposati smentiscono nei fatti la piena unione a Dio, vivendo uno status contraddittorio con l’insegnamento di Cristo. L’amore che salva il mondo – ha aggiunto il teologo – è l’amore fedele e misericordioso. È quello che crea amabilità, e chi spegne quest’amore lo spegne anche per la comunità. Ecco perché un divorzio impoverisce anche la comunità». Insomma, non si tratta di una punizione, come viene percepita spesso dagli interessati. I divorziati risposati sono invitati a rimanere dentro la comunità, utilizzando, ha affermato padre Muraro, doni come «la partecipazione alla celebrazione eucaristica, la preghiera, la fraternità».
Ma ciò che va riaffermato, fin dalla preparazione al matrimonio, fin dalla formazione dei giovani, è la fedeltà. Importante presentarla come «un valore che premia», visto che «l’eroismo della fedeltà – ha osservato padre Muraro – non sembra di moda». Figure che «hanno esaltato nella loro vita questo valore, come la beata Elisabetta Canori Mora – che per 27 anni restò fedele nell’amore al marito, fuggito per un’altra donna -, andrebbero valorizzate all’interno della comunità ecclesiale». Per far capire che «fedeltà è bello, è possibile. Dobbiamo imparare a dimostrarlo».
Saper trasmettere il valore del matrimonio cristiano come «promessa di salvezza» di fronte a due giovani che decidono di sposarsi in chiesa. Ai sacerdoti, ha detto il teologo, spetta approfondire le ragioni della loro scelta. Che non sia, insomma, solo «tradizione», solo « immagine» o solo una «prova». Ma sempre più una scelta ispirata a quell’amore misericordioso.
«Il tema ci interpella in maniera pressante – ha sottolineato il vicegerente Luigi Moretti – per cercare di essere vicini alla sofferenza di migliaia di persone». Su questo e su altri temi che riguardano la vita delle famiglie, non può mancare la voce della Chiesa. Da qui il suo «grazie» al cardinale Ruini per i suoi interventi, con la conferma di «amicizia», «solidarietà», «disponibilità al cammino comune».
La conclusione del cardinale è un appello ai sacerdoti a spendersi con generosità nella pastorale familiare e missionaria, mantenendo sempre l’unità, che ha caratterizzato l’impegno verso i referendum sulla fecondazione assistita, anche sulle altre grandi tematiche che riguardano la vita dell’uomo. Obiettivo: «Rendere un grande servizio all’uomo».
«Il prete deve essere uomo della carità pastorale, sia per lo stile sia per i contenuti proposti. La capacità di saper interloquire con il vissuto della gente è fondamentale». Senza debolezze.
«La Chiesa – ha detto il cardinale vicario – non rappresenta un’enclave, né un residuo del passato. Riaffermando i valori insiti nel nostro patrimonio culturale, dà voce ad una profonda e diffusa convinzione».
9 ottobre 2005