«Don Andrea, forza grazie al martirio»
La testimonianza del diacono Luigi Barbini, che ha conosciuto don Santoro a Verdorocca. E con lui ha scoperto la fede di Chiara Ludovisi
«Il primo Vangelo me lo regalò Pasolini, perché imparassi la parte. Il secondo me lo regalò don Andrea Santoro, in una lontana domenica del 1981». Il ricordo del sacerdote ucciso in Turchia il 5 febbraio scorso è più vivo che mai nel cuore di Luigi Barbini, ex attore, padre di famiglia e diacono permanente dal 1996 presso la parrocchia di Gesù di Nazareth a Verderocca. Venerdì scorso, durante i funerali di don Andrea, ha letto la prima intenzione della preghiera dei fedeli, ricordando l’uomo che gli aveva cambiato la vita. «Mai avrei pensato di diventare diacono: lavoravo nel cinema, recitai la parte di Giacomo, figlio di Zebedeo, nel “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini. Poi incontrai don Andrea e la mia vita cambiò». Sono passati 25 anni da quel primo incontro, tra i palazzi in costruzione del quartiere di Verderocca. «La mia famiglia e io ci eravamo appena trasferiti dal quartiere Trieste. Verderocca era ancora un cantiere, noi andammo ad abitare nell’edificio accanto a quello in cui abitava don Andrea, insieme a sua sorella. La chiesa ancora non c’era, né ci sarebbe stata per i successivi sette anni. Lo incontrai una domenica mattina: mi si presentò come il nuovo parroco di Verderocca. “Ma non c’è la chiesa”, obiettai. “La Chiesa siamo noi”, rispose semplicemente. Mi regalò un Vangelo e presto iniziai ad aiutarlo. Celebrava la Messa in un locale condominiale. Per la catechesi si andava negli appartamenti: oggi da uno, domani da un altro. E così riuscì a far aprire le porte di tutte le case».
Quando iniziarono i lavori per la costruzione del complesso parrocchiale, don Andrea riuscì a coinvolgere l’intera comunità. «Ci tassammo tutti, ciascuno per quello che poteva. E poi, quando fu aperto il cantiere, ognuno di noi gettò un sassolino o un pugno di terra sotto le fondamenta. Perché “la parrocchia deve essere fatta dai parrocchiani”, ci diceva sempre». Nacque in povertà, la chiesa di don Santoro, disegnata da un architetto francescano, frate Angelo, il cui nome è scritto sulla targa all’interno della parrocchia, insieme ai nomi di tutti gli operai che lavorarono per la sua realizzazione. Tra i molti servizi offerti dall’allora nuovo parroco in quel territorio, Luigi ricorda anche le visite in carcere: «Con don Andrea, entrai per la prima volta a Rebibbia, dove oggi svolgo il mio ministero. Era il 1991 e accompagnammo i bambini del catechismo ad incontrare i figli dei detenuti, con i quali avevano iniziato un gemellaggio epistolare. Un’idea sua, naturalmente. Riusciva a farci fare qualsiasi cosa, sapeva come convincerci. Ci ritrovammo perfino ad ospitare in casa alcuni detenuti in semilibertà. Era impossibile dirgli di no. San Paolo si convertì a Damasco, tanti di noi a Verderocca. Siamo diventati una grande famiglia, grazie al suo carisma: ogni volta che nasceva un bambino, lo presentava a tutta la comunità e questo ci faceva sentire uniti. Poi organizzava cene, feste, gite in montagna, riusciva a coinvolgerci in mille cose».
Ma don Andrea era anche un uomo di silenzio, di preghiera, di meditazione, tanto che nella sua parrocchia fece costruire «l’eremo»: una piccola stanza, con angolo cottura e bagno, disponibile per tutti coloro che avessero voluto ritirarsi per qualche ora o per qualche giorno. «Quando lasciò Verderocca, rimanemmo tutti in contatto con lui. Poi, nel 2000, mi disse che sarebbe partito per la Turchia. “Ma non sai le lingue”, gli dissi. Ha provveduto lo Spirito Santo a fargli dono anche di quelle».
La notizia della morte di don Andrea ha naturalmente sconvolto tutta la comunità di Gesù di Nazareth. «La sua storia è la nostra vita. Ho sotto gli occhi tutte le vecchie fotografie e ancora non mi sembra possibile. L’altro venerdì, durante la Messa di esequie, leggendo l’intenzione della preghiera dei fedeli, mi sono commosso, perché vedendolo lì in quella bara, davanti a me, mi sono improvvisamente reso conto di ciò che era accaduto. Raccolgo come sua eredità il servizio a Rebibbia, al quale lui stesso mi ha iniziato. “Il Signore chiama i peggiori, per questo ha chiamato te”, mi diceva scherzando. Prima gli andavamo dietro, ora camminiamo da soli. Ma credo che nel suo martirio troveremo ancora più forza».
19 febbraio 2006