Don Bolis: Papa Roncalli, in ascolto dell’uomo

Il direttore della Fondazione intitolata a Giovanni XXIII analizza la complessità della figura del “Papa buono”: «I suoi gesti, frutto di un lungo cammino di riflessione». Il suo rapporto con gli ebrei di Mariaelena Finessi

Testimone della storia, per via dell’abitudine di annotare ogni giorno lo stato del proprio spirito su piccoli quaderni, il seminarista Angelo Giuseppe Roncalli nei suoi diari scrive di ogni movimento dell’animo e degli episodi che l’hanno originato. Il risultato è una cronistoria di ciò che accade dentro e fuori il suo cuore. Un’ispirazione venutagli «dall’oratoriano Alphonse Gratry – spiega don Ezio Bolis, direttore della Fondazione Papa Giovanni XXIII -, che esorta a risvegliare, tramite la scrittura giornaliera, il divino “ospite interiore”, cogliendone il “sussurro sacro” al fine di cercare se stessi in profondità». Un lavoro di introspezione che pone Roncalli in ascolto dei bisogni dell’uomo e delle problematiche sociali.

La bontà, quale cifra caratteriale del Papa bergamasco, è allora altra cosa dalla mera semplicità d’animo, che pure gli va riconosciuta: «Giovanni XXIII, passato alla storia come il “Papa buono”, è, in realtà, figura ben più complessa – puntualizza Bolis -, che non si può capire se non si conosce Roncalli», ossia la vita precedente la salita al soglio pontificio. Solo così si scopre «che i suoi gesti, apparsi come eclatanti, non sono improvvisati ma frutto di un lungo cammino di riflessione». Gli esempi non mancano. La tolleranza del futuro Giovanni XXIII, per dire, «ha radici che affondano negli anni trascorsi in Bulgaria come rappresentante pontificio», là dove i cattolici, minoritari, vivono la vicinanza con gli ortodossi e nei confronti dei quali Roncalli, avendo cura anche delle parole, «non ama riferirsi con il termine di “scismatici”, secondo la consuetudine di quel tempo, ma preferisce parlare piuttosto di “fratelli separati”». E come spiegare il rapporto con gli ebrei? La sensibilità di Roncalli verso il popolo di Israele prende corpo durante la seconda guerra mondiale, in special modo nel corso della sua permanenza in Turchia (1942-1943) come delegato apostolico. Con la «collaborazione paradossale» dell’ambasciatore tedesco a Istanbul Franz Von Papen – racconta Bolis, che ha appena pubblicato per le edizioni Paoline il volume “Solo un Papa buono?” -, riesce ad ottenere il lasciapassare per circa 22mila ebrei», in fuga dalla Shoah e diretti in Palestina.

E se questo «ha un suo peso a livello umanitario, sul piano teologico le azioni di Roncalli sono frutto dell’incontro con lo scrittore Jules Isaac», un ebreo di Aix-En-Provence, ex-ispettore generale della Pubblica istruzione francese, autore del celebre manuale “Histoire de France”. Isaac, che ad Auschwitz ha perso la moglie e due figlie, conosce Roncalli a Parigi per poi incontrarlo di nuovo a Venezia e infine in Vaticano, nella data storica del 13 giugno del 1960. Un incontro cercato a lungo dallo scrittore che nel 1948 aveva fondato l’associazione «Amicizia ebraico-cristiana di Francia» e pubblicato “Gesù e Israele”, volume in cui è racchiusa la tesi, racconta Bolis, «che vi fossero da parte dei cristiani dei pregiudizi nei confronti del popolo di Israele». A quell’incontro, «Isaac porta al Papa il suo dossier spiegandogli che i cattolici devono cambiare certe loro posizioni». Il colloquio va a buon fine tant’è che le indicazioni dello scrittore entrano «nell’agenda conciliare» e il tema, «inizialmente non previsto», confluirà nel 1965 – cioè due anni dopo la morte di Isaac e Giovanni XXIII – nella dichiarazione Nostra aetate. In essa si esprimerà la condanna dell’antisemitismo e si rigetterà la teoria della responsabilità collettiva del popolo ebraico nella morte di Gesù.

Certo, di Roncalli ancora molto si dovrà scoprire, grazie allo studio del suo archivio privato che solo di recente ha arricchito gli scaffali della Fondazione papa Giovanni XXIII, ma a lui si dovrà guardare per conoscere un po’ di più anche la storia, non solo della Chiesa: «La sua vita – conclude Bolis – è stata una finestra sul mondo».

28 aprile 2014

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