Donatella, salvata dalla Shoah
Durante gli anni della guerra trovò rifugio all’Istituto Nazareth insieme con altre ragazze ebree di Angela Napoletano
Giornata della memoria: le iniziative a Roma
Un libro per i “Giusti” d’Europa
“Dalla vita di una famiglia ebrea”: i racconti di Edith Stein
Al Divino Amore si ricorda l’olocausto di Rom e Sinti
A Santa Cecilia meditazione nel solco dell’amicizia ebraico-cristiana
È tornata tra le mura che l’hanno salvata dalla deportazione nazista dopo 64 anni, Donatella Limentani. I ragazzi dell’Istituto Nazareth di Roma, dove nell’ottobre del 1943 furono accolti alcuni ebrei per sfuggire ai rastrellamenti delle “squadre del terrore”, l’hanno contattata qualche mese fa per affidarle il ruolo di protagonista nel documentario “I giorni della speranza”, realizzato, nell’ambito di un laboratorio televisivo, per non lasciar cadere nel dimenticatoio le storie di vita romana segnate dalla Shoah.
Donatella ha accettato. È così tornata nell’Istituto di via Cola di Rienzo 140 per ripercorrere insieme ai piccoli registi i momenti, dolorosi e gioiosi assieme, di quella sua permanenza, a tratti clandestina, tra le collegiali del quinto ginnasio, classe 1943. E, questa mattina, 26 gennaio, alla presentazione ufficiale del video che verrà trasmesso da Sat 2000, Donatella è tornata inaspettatamente a incontrare tra le poltrone di quell’auditorium a lei così famigliare anche qualche sua vecchia compagna di classe.
Dal 24 dicembre 1943, giorno in cui la piccola Limentani, allora quindicenne, varcò la soglia dell’Istituto Nazareth, per tutti diventò Donatella Marchi. «Mio padre si chiamava Marco – spiega la signora Limentani – e visto che per nascondermi dovevo inventarmi un altro cognome ho scelto “Marchi” per non dimenticarlo».
Donatella ha ancora molto chiaro in mente il ricordo di quel giorno. «Era la vigilia di Natale – racconta – e ho partecipato alla Messa insieme alle altre ragazze facendo finta di essere cristiana come loro. La Comunione, però, non l’ho presa. Dicevo a tutte che avevo mal di stomaco». A letto, quella sera, Donatella pensò alla sua famiglia. Dopo due mesi di continuo girovagare tra amici e rifugi di fortuna, anche la madre, il padre e il fratello avevano trovato un posto sicuro in cui potersi nascondere. E lei, che aveva abbandonato in fretta la sua casa di via Dandolo 40 mettendosi in tasca i libretti delle preghiere e qualche galletta, adesso, tra le pareti dell’Istituto, si sentiva «quasi in paradiso».
Mentre fuori, dunque, si consumava l’inferno della guerra e l’orrore dell’Olocausto, Donatella viveva come una semplice ragazza romana, coccolata, persino, dalle attenzioni delle suore dell’Istituto che, fino al luglio del 1944, avevano cambiato anche il menù del pranzo e della cena per non mettere a disagio le loro piccole ospiti ebree in incognito.
«Il momento più bello della settimana – continua Donatella – era quello dell’incontro con il confessore, don Giovanni Casa, che in realtà mi portava notizie su mia madre e mio padre. E che, quando ne avevo bisogno, andava persino nella mia casa natale a prendermi ciò che mi occorreva».
Nell’estate del 1944 Donatella esce dall’Istituto e torna a casa, insieme alla famiglia riunita. «Non è stato facile – ammette –. Nella nostra casa vivevano trenta sfollati, uomini e galline insieme». Giorno dopo giorno, però, Donatella è tornata a essere una Limentani. Ha continuato gli studi ed è diventata una professoressa di lettere. Si è anche sposata e ha messo al mondo tre figlie. Oggi, Donatella è una tenera e tenace pensionata di 78 anni dai capelli completamente bianchi. I suoi occhi verdi parlano a chiunque incontri il suo sguardo di entusiasmo per la vita più della sua bocca.
Donatella «è uno dei tanti tesori della memoria nascosti nelle piaghe di Roma», ha detto monsignor Marco Gnavi, direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso del Vicariato di Roma. Donatella, ha sottolineato Mario Bergamo, rettore dell’Istituto Nazareth, è l’esempio vivente del fatto che «la memoria non può prescindere dall’idea, ereditata dall’ebraismo anche dai cristiani, che “Dio viene prima di tutto”».
26 gennaio 2007