Ebrei e cristiani a confronto su “Non ucciderai”

Il rabbino capo Riccardo Di Segni e monsignor Mauro Cozzoli protagonisti dell’incontro moderato dal vescovo Tuzia in occasione della Giornata del dialogo, alla Pontificia Università Lateranense di Daniele Piccini

È il comandamento più categorico, tanto che per essere rispettato non ha bisogno di prospettare nemmeno una «contropartita» in felicità, come avviene per esempio in «Onora il padre e la madre». Della sesta Parola secondo il Canone ebraico, «Non ucciderai» (Es 20, 13), la quinta per il catechismo cattolico, hanno discusso martedì sera alla Pontificia Università Lateranense il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma Riccardo Di Segni e monsignor Mauro Cozzoli, docente di Teologia morale alla Lateranense, in un incontro moderato dal vescovo Benedetto Tuzia, presidente della Commissione diocesana per l’ecumenismo e il dialogo, e organizzato in occasione della Giornata del dialogo ebraico-cristiano.

In un omicidio non c’è in gioco solo la vita di un uomo. «Accostando le due tavole della Legge – ha spiegato il rabbino Di Segni – i dieci comandamenti, disposti 5 nell’una e 5 nell’altra, appaiono simbolicamente accoppiati: il 1° col 6°, il 2° col 7°, il 3° con l’8°, il 4 col 9°, e il 5° col 10°. “Non ucciderai” viene così associato a “Io sono il Signore tuo Dio”. Questo perché uccidendo un uomo si uccide anche l’immagine che Dio ha impresso in lui». La saggezza rabbinica ha indagato i motivi per cui si uccide. «Caino e Abele – ha proseguito Di Segni – potrebbero essersi uccisi per motivi di supremazia, per motivi religiosi o per motivi di sesso. Ma è l’episodio biblico di Giuseppe e i suoi fratelli, di cui la Bibbia dice che “non potevano comunicare”, che chiarisce il motivo dell’omicidio: si uccide perché non ci si capisce, il silenzio è la causa dell’omicidio».

L’assassinio non rimane limitato alla singolarità dell’uomo ucciso. «Toccare la vita di un uomo significa impedire la sua possibilità di avere una discendenza e di generare altra vita. Ecco perché si dice che “chi salva un uomo salva tutto il mondo e chi uccide un uomo uccide tutto il mondo”. Ma il divieto biblico di uccidere – ha concluso Di Segni – è un divieto allargato a molte altre forme in cui si può danneggiare un uomo: per esempio parlandone male o dandogli cattivi consigli». Gesù estende intenzionalmente ed esplicitamente il senso di «non ucciderai».

«Nel “Discorso della montagna” – ha spiegato monsignor Cozzoli – il comandamento si trasforma nell’amore e nella promozione della vita in ogni individuo umano. Papa Giovanni Paolo II, nell’Evangelium vitae, ha sviluppato questo punto: con Gesù acquistano nuovo slancio le difese della vita dello straniero, dell’orfano e della vedova, enunciate dal Vecchio testamento. Il nemico cessa di essere tale per chi è tenuto a fargli del bene e pregare per lui. Per Gesù tutti i comandamenti, e soprattutto il 5°, si risolvono in “Amerai il prossimo tuo come te stesso”».

Tutto questo viene, teoreticamente e moralmente, custodito dal magistero della Chiesa. «Il “pneuma” soffiato da Dio sull’uomo – ha proseguito il docente – dona la dignità spirituale alla vita umana, che dunque non può mai essere mezzo ma è sempre fine. Un vita vale per il fatto di esserci, a prescindere dal modo di questo esistere. Il comandamento – ha concluso Cozzoli – proibisce il suicidio, l’omicidio, l’aborto e l’eutanasia, ma anche la moria per fame: si uccide infatti anche per omissione».

19 gennaio 2012

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