Sette opere di misericordia, un film intenso

Il lavoro d’esordio dei fratelli De Serio racconta la degradata marginalità urbana. Un’asprezza resa con ritmi sofferti e spezzettati con immagini che gridano la voglia di conquistare una serenità interiore perduta di Massimo Giraldi

Nomi nuovi si affacciano nel panorama del cinema italiano. Accanto alla commedia, che prosegue una antica tradizione e continua ad ottenere grande successo di pubblico, sembra giusto dare conto anche di ciò che si muove in altri ambiti espressivi, come il drammatico, territorio aspro e scommessa forte sulla nostra attualità meno esemplare. Esce nelle sale da venerdì 20 gennaio, diretto da Gianluca e Massimiliano De Serio, il film «Sette opere di misericordia».

Siamo in una baraccopoli alla periferia di Torino. Qui Luminista, giovane migrante clandestina, si presta, pur di sopravvivere e di affrancarsi dallo sfruttamento, ad una turpe operazione, che coinvolge un neonato. In questo mesto tentativo incrocia l’esistenza ugualmente precaria di Antonio, un anziano gravemente malato sottoposto a continue cure mediche in ospedale. La breve, forzata convivenza tra i due apre, dopo titubanze e incomprensioni, qualche spiraglio di umanità nei rispettivi orizzonti.

Qualche nota informativa è giusta e opportuna. Nati a Torino nel 1978, i gemelli De Serio hanno alle spalle una robusta esperienza, maturata lavorando nella videoarte, nelle installazioni e nel documentario. L’esordio nel lungometraggio arriva a compimento di un lungo periodo di osservazione e di riflessione all’interno del territorio meno invitante del capoluogo piemontese. Spunti, idee, suggestioni sono entrati in un copione che si getta a capofitto nelle zone sporche di una degradata marginalità urbana, vi resta attaccato con attonita compattezza per scarnificare i tempi di una sofferenza quasi indifferente, e se ne allontana con irrisolto pudore quando il cuore lacerato dei due protagonisti grida la volontà di non arrendersi al peggio. Luminista segue la strada che procura dolore con freddo calcolo, Antonio segue Luminista ma il confronto scardina la corteccia di entrambi. Il corpo di lui è martoriato dall’età e dalla malattia, quello di lei dal cinismo che le fa ignorare anche se stessa come donna e come giovane. La discesa agli inferi si ferma di fronte al neonato. Forse.

I De Serio svolgono il racconto come un’aspra parabola con ritmi sofferti e spezzettati. Non hanno paura di lasciare campo ad immagini povere al limite del disturbante, azzerano il dialogo, riducono il ritmo. Scandito da cartelli intitolati appunto alle “sette opere di misericordia” e plasmato sulle suggestioni della pittura rinascimentale, lo sguardo dei registi ha una compassione intimidita e corrucciata, mai compiaciuta ma per questo più profonda ed efficace. La pietas chiede il proprio spazio. L’autorialità del racconto è affidata alla convergenza verso quel luogo non identificato dove l’essere umano riscopre la propria dignità, dove si fanno prevalere ragione e anima, mente e spirito.

Un esordio intenso, un film da utilizzare per dibattiti, riflessioni, confronti. Pellicola dura, difficile, anticonsolatoria, fatta di immagini che gridano la voglia di conquistare una serenità interiore perduta.

19 gennaio 2012

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