Elena Bono, scrittrice cattolica e incandescente

di Andrea Monda

«Quando venne il suo giorno, dopo novecentotrenta anni di vita, Adamo ritornò alla terra». Questo l’incipit del primo e più famoso libro di Elena Bono, “Morte di Adamo”, pubblicato nel 1956 e diventato subito caso editoriale. Due anni prima la scrittrice nata a Sonnino 90 anni fa e ligure d’adozione si era fatta conoscere come poetessa con la raccolta I galli notturni ma con il successo nazionale e internazionale di “Morte d’Adamo”, ora era diventata la scrittrice di punta della casa editrice Garzanti, insieme al giovane Pier Paolo Pasolini.

Un critico dell’acume di Emilio Cecchi gridò al capolavoro sottolineando il «linguaggio estremamente composito e al medesimo tempo capace delle più strane, labili, evocazioni», mentre il romanziere Bonaventura Tecchi la definì «Una delle espressioni più alte della poesia dei nostri giorni; un ritorno a quel senso delle cose eterne che è radice di ogni poesia e speranza di rinnovamento vero», e Nazareno Fabbretti che sul Popolo, nel febbraio del 1957, notò come «Nello stampo classico, nel rigore d’una cultura estremamente controllata, viene celata una materia incandescente». La Bono è davvero una scrittrice incandescente, Fabbretti aveva visto giusto e lungo, soprattutto quando sottolinea la presenza, nella prosa e nella poesia della Bono, quel «rapporto continuo gioca lo scambio tra mistero e realtà; in una misura sempre controllata che però non toglie nulla all’ispirazione estemporanea».

Nonostante queste splendide premesse, la Bono ha successivamente conosciuto un progressivo processo di oblio che l’ha spinta verso una “nicchia” al di fuori delle grandi rotte commerciali dell’editoria italiana, un’emarginazione spezzata da alcuni estimatori dell’anziana scrittrice (che oltre alla narrativa ha proseguito fino ai nostri giorni, con medesima intensità e “incandescenza”, sulla strada della poesia e della drammaturgia) al punto che, ad esempio, Giovanni Casoli, può esordire con queste parole nella pagina dedicata alla Bono nella sua preziosa antologia Novecento letterario italiano ed europeo (edito nel 2002 da Città Nuova): «È un fatto che quella che riteniamo la scrittrice italiana più importante della seconda metà del XX secolo sia da quasi quarant’anni emarginata dalla cosiddetta grande editoria».

Forse ha pesato sulla Bono la sua non celata dimensione religiosa e cristiana. Per la romanziera di Sonnino, la scrittura è essenzialmente “mistero”: «Io scrivo sempre sotto dittatura. E questo avviene nel silenzio», ha affermato in una recente intervista: «E il silenzio è strettamente collegato con la Parola. Non può esserci l’una senza l’altro: la Parola può venire a noi solo nel Silenzio E questo vale soprattutto per la poesia che è canto, che è musica. Non possono non pensare a Cristo, Verbo di Dio. Dice bene Boris Pasternak quando osserva che Cristo è come un muro, se lo si scavalca si cade nella non-storia. E Cristo è appunto il Verbo, la Parola».

Elena Bono sia quando ri-racconta a modo suo le storie della Bibbia (come nel caso di Morte di Adamo è una raccolta di racconti a sfondo biblico), sia quando narra le vicende della ferite della seconda guerra mondiale (come nel caso dei romanzi che compongono la cosiddetta Trilogia della Resistenza) ha davanti agli occhi un’unica grande storia: la passione di Cristo, perché ogni storia umana è “cristiana” a seguito del mistero dell’Incarnazione. Il suo rimanere ancorata alle radici della fede cristiana per la Bono equivale anche a credere in una poesia che dice qualcosa, che possa parlare, in risposta all’afasia del ‘900, il secolo della crisi, della violazione e dello svuotamento della parola. Il XX secolo ha visto il canone della poesia italiana dominato dai nomi di Ungaretti, Quasimodo e Montale e dell’ermetismo ed è quindi evidente la mancanza di spazio per un’autrice così scomoda e tagliente. Non è un caso che in apertura di “Morte di Adamo”, la Bono citi un passo del Vangelo di Matteo «Non la pace, ma la spada» ad indicare un cristianesimo mai rassicurante o tranquillizzante, così come la sua scrittura è dura, cruda, capace di scavare in profondità senza sconti né consolazione, in questo simile all’urticante lingua di una scrittrice come Flannery O’Connor.

«Le mie pagine sono dure, è vero» ha riconosciuto la stessa Bono, «diciamo pure che non sono edulcorate, perché questo è il Vangelo. Gesù porta la pace, non il pacifismo, è c’è una bella differenza». Artista cattolica, cioè incarnata e “materialista”, la Bono è fermamente anti-ideologica e forse per questo la sua “carriera” ha proceduto in modo claudicante nelle temperie del Novecento (ed è perciò che ci auguriamo che nel terzo millennio possa riprendere il passo spedito che le spetta).

30 giugno 2011

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