Emmaus di Roma ricorda l’Abbé Pierre

Una «seconda famiglia» la comunità fondata nel 1949 dal religioso francese, e arrivata nella Capitale nel ’94 di Elena Pasquini

Morto l’Abbé Pierre, fondatore di Emmaus
Il cordoglio del Santo Padre

«Quasi per caso». Così era solito dire l’Abbé Pierre della nascita di Emmaus. George, il primo comunitario, era un assassino rifiutato della famiglia, deciso a morire. A lui, il fondatore del Movimento Emmaus propose di aiutarlo a costruire case per i senzatetto. Accettò. Nasce così un movimento internazionale di cui Abbé Pierre fu il principale promotore fino alla sua scomparsa, avvenuta la notte scorsa, all’età di 94 anni.

A Roma lo spirito del movimento internazionale Emmaus arriva nel 1994, grazie a un campo di lavoro organizzato con l’assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma. «La città rispose molto bene a quel primo incontro – dice la fondatrice della comunità capitolina, Rosa Grazioli – e ci vennero incontro sia la Caritas che il Campidoglio. La vera difficoltà la incontrammo dopo, nel reperire spazi piuttosto grandi, necessari per insediarci». Il lavoro principale che viene svolto da Emmaus è la raccolta del materiale tramite donazioni. «Libri, letti, frigoriferi, pianoforti e quant’ altro – racconta Grazioli – sono recuperati dalle persone che vivono in comunità, catalogati e portati nei nostri tre punti vendita nel mercato di San Lorenzo, a via Laurentina e nella sede centrale di via del Casale de Merode». Il ricavato serve a sostenere la comunità romana di Emmaus e, in parte, viene destinata a Emmaus Italia, composta da 12 realtà sparse sul territorio nazionale.

A Casale de Merode c’è anche una mensa. «Aggiungi un posto a tavola, potremmo dire» scherza la fondatrice, sottolineando che un pasto non si rifiuta mai alle persone in difficoltà che passano da quelle parti. «In più, con i soldi ricavati dalla vendita del materiale donato, interveniamo in casi particolari di emergenza, che non mancano mai».

Nella struttura ci sono circa 18 posti, per accogliere persone con alle spalle storie difficili, a volte segnalate da enti che si occupano di chi si trova in difficoltà. Si tratta di gente senza problemi di invalidità fisica ma che ha bisogno di un’assistenza spirituale, di qualcuno con cui parlare, che le dia una possibilità per reinserirsi. Non solo recupero materiale, quindi. Perché obiettivo del movimento Emmaus è proprio quello di ridare autostima alla persona. «Al momento c’è uno “zoccolo duro” tra i comunitari composto da una decina di persone – continua Rosa Grazioli –: sono con noi da parecchio tempo, chi sette, chi dieci anni. Per loro Emmaus è quasi una seconda famiglia». A chi trova accoglienza viene chiesta l’astinenza da alcool e droghe. E la collaborazione sul lavoro. Sono di sostegno alcuni volontari, in un numero variabile tra i 10 e i 20, a seconda delle esigenze e della disponibilità personale: i loro compiti si dividono tra il disbrigo delle pratiche burocratiche all’aiuto nel reperimento dei medici. Tra i progetti per il futuro, la ricerca di spazi più ampi per l’accoglienza e per il magazzino.

Rosa Grazioli si ferma un attimo a ricordare Abbé Pierre. L’ultima volta che ha visitato la comunità di Roma risale a un paio di anni fa. «Cercava di venire ogni anno, nonostante fosse tanto in là con gli anni. Diceva sempre che per lui entrare nella comunità e stare insieme ai “ragazzi” era un’esperienza entusiasmante».

22 gennaio 2007

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