Gamaleri: la Rai, televisione che educa
Con 16 canali televisivi, 10 reti radiofoniche e tre portali web, il servizio radiotelevisivo pubblico continua a svolgere un ruolo chiave nel tessuto culturale del Paese. La testimonianza del sociologo, dirigente dal ’67 al ’95 di Elisa Storace
Il prossimo 18 gennaio il Papa riceverà in udienza i dirigenti e i dipendenti della Rai. Gianpiero Gamaleri, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Telematica Internazionale Uninettuno di Roma e docente di Comunicazione Istituzionale alla Pontificia Università della Santa Croce – già dirigente Rai dal ‘67 al ‘95 e consigliere di amministrazione presso l’azienda del servizio radiotelevisivo dal ‘98 al 2002 – sintetizza per Romasette.it il ruolo chiave che la televisione pubblica ha svolto e continua a svolge per la crescita del tessuto culturale del nostro Paese, oltre all’importanza che il pensiero cattolico – veicolato attraverso la televisione – ha nella diffusione del messaggio cristiano presso le nuove generazioni.
Professor Gamaleri, qual è, secondo lei, il rapporto fra Rai e cultura in Italia?
Quest’anno la Rai ha compiuto 60 anni e che abbia contribuito a formare culturalmente gli italiani ormai è un dato acquisito. Oggi però, dalla “tv pedagogica” del maestro Manzi, del teleteatro o dei documentari di Giraldi, siamo passati a una televisione che “educa” in senso più ampio, ad esempio attraverso la fiction di qualità – mi viene in mente quella sul commissario Calabresi andata in onda di recente -, ma anche attraverso tutta una serie di programmi, offerti dai nuovi canali del digitale terrestre, che dimostrano un’apprezzabile ricerca estetica e culturale, forse non sempre valorizzata nella programmazione oraria. Sono stato consigliere di amministrazione Rai fino al 2002 e mantengo buoni rapporti con colleghi: spesso loro vedono il bicchiere mezzo vuoto ma io dal di fuori lo vedo mezzo pieno e credo che, per la maggior parte, in Rai si lavori con convinzione e dedizione per fare programmi di qualità.
In questa ricerca, a suo parere, qual è stato e qual è il ruolo del pensiero cattolico?
Certamente i cattolici sono stati presenti in tutta questa “partita” fin dall’inizio e lo sono tutt’oggi, anche oltre il recinto dei contenuti più strettamente spirituali: la Rai ha avuto figure come lo spesso ricordato Ettore Bernabei o il meno rammentato Filiberto Guala, sotto la direzione dei quali si riuscì a coniugare una chiara impostazione cristiana con una significativa apertura culturale, e anche oggi credo non sfugga l’importanza di veicolare i valori cristiani, come testimoniano le numerose fiction su figure storiche di papi e santi, sempre premiate dagli ascolti. La grande operazione culturale e industriale di Guala e Bernabei fu il segreto della rappresentatività della Rai, in cui tutto il Paese e tutti i cittadini si riconobbero, portando l’incremento degli abbonamenti dai 24mila del ‘54 a oltre 6 milioni nel 1965. Probabilmente l’udienza concessa dal Santo Padre è un’occasione per interrogarsi sul ruolo avuto dal pensiero cattolico, interpretato tramite la televisione e la radio e, più recentemente, attraverso i media elettronici. Se ai loro esordi furono la radio e la tv ad essere il banco di prova di una consistente presenza dell’orientamento cristiano all’interno dei media oggi lo è di più la rete, e questo vale anche per la Rai. Oggi la Rai ha 16 canali televisivi, 10 reti radiofoniche e tre portali web: un’ampia offerta che testimonia lo sforzo di offrire agli italiani contenuti vari veicolando cultura, impegno che negli ultimi anni ha tenuto conto anche delle mutate modalità di fruizione: l’ultimo rapporto Censis ci dice che la metà dei giovani guarda la tv da cellulare e anche di questo si sta ovviamente tenendo conto.
14 gennaio 2014