Gemelli, la professione vissuta come vocazione
La veglia di preghiera presieduta da monsignor Sergio Lanza per medici, malati e visitatori dell’ospedale, investito da problemi economici che mettono in pista anche l’ipotesi della privatizzazione (foto Veneziano) di Mariaelena Finessi
«Il lavoratore non è una merce. Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio». È quasi sera quando uno dei medici del Policlinico Gemelli legge, davanti all’ingresso dell’ospedale gremito di camici bianchi e di visitatori, uno stralcio delle dichiarazioni che l’arcivescovo Giancarlo Bregantini, presidente della Commissione lavoro, giustizia e pace della Cei, ha rilasciato a «Famiglia Cristiana» a proposito della riforma del lavoro. Parole che però in questa occasione vengono lette, per essere fatte proprie, da tutti quei dipendenti ospedalieri che, in ansia per le sorti del nosocomio, si sono dati appuntamento il 29 marzo per una speciale veglia di preghiera, presieduta da monsignor Sergio Lanza, assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ai passanti viene offerto un fiore: «Anche in questo – dice una donna – si riconosce lo stile di chi lavora qui e che non è interessato a forme violente e urlate delle proprie rivendicazioni».
Nell’ospedale del Papa, i medici e i paramedici stanno infatti combattendo una battaglia contro l’annunciata disdetta del contratto collettivo di lavoro comunicata dall’amministrazione nel quadro di una ristrutturazione economica. Al centro della discussione, i crediti che l’ospedale vanta nei confronti della Regione Lazio, quantificati in 800 milioni di euro: soldi già spesi e attualmente coperti in larga parte con l’indebitamento nei confronti delle banche e di altri soggetti. La Regione, nel decreto approvato a dicembre da Renata Polverini nella veste di commissario straordinario per la sanità, riconosce invece un debito totale di 279 milioni. Ci sarebbe dunque un «buco» di oltre 500 milioni di euro. Nell’attesa di districare il nodo della questione, in questo balletto di numeri, spunta l’ipotesi che entro l’anno nasca un ente «no profit» del Policlinico, che avrebbe autonomia gestionale rispetto alla Cattolica. La preoccupazione dei dipendenti nasce qui: «Nel rischio di una privatizzazione – spiega Gianna, impiegata nell’amministrazione – che non garantirebbe il posto di lavoro per tutti, senza contare che un’iniziativa del genere farebbe venire meno quella che è la nostra identità». La proposta che il personale avanza consiste allora «nell’adoperarsi affinché il Policlinico Gemelli resti una struttura universitaria, riducendo invece gli sprechi facendo economia, come farebbe un buon padre di famiglia, nei settori in cui questo può essere fatto».
Con i degenti che osservano incuriositi dalle finestre, nel piazzale si susseguono intanto altre letture tratte da un articolo del 1958 di padre Agostino Gemelli, come pure dal magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, a dare man forte all’idea che un ospedale sia qualcosa di più che un’operazione finanziaria, tanto più che oggi la Cattolica, e con essa il Policlinico, sono tra i centri di ricerca più apprezzati in Europa. Obiettivo reso possibile da padre Agostino Gemelli, «per il quale – ricorda monsignor Lanza – era importante superare la logica del bilancio se il fine era la realizzazione di un’opera di Dio». E questa struttura, «oltre ad essere tale, ha nella fede dei suoi lavoratori la vera radice che fa la differenza. La professione sanitaria va vissuta infatti non come un mero lavoro – conclude monsignor Lanza – ma come vera vocazione, l’unica che può dare entusiasmo nello studio e gusto per la ricerca».
30 marzo 2012