Graham Greene, il peccato e il paradosso
di Andrea Monda
Graham Greene è uno di quegli scrittori su cui si è biforcata la strada del pubblico e della critica: amato dai lettori (e dagli spettatori, visto che molti dei suoi romanzi sono diventati film) e bistrattato dalla critica. È davvero difficile trovarne traccia nelle antologie del ‘900 o nei manuali di critica letteraria, come mai? Non è solo il cattolicesimo che ha nuociuto allo scrittore inglese, un altro imperdonabile peccato commesso da Greene è quello di aver scelto la spy-story e il thriller come alveo della sua narrativa. Imparentato da parte di madre con Stevenson l’idea della letteratura come narrazione, con al centro una storia, è il punto di partenza di Greene e forse è un altro motivo del suo oblio da parte della critica.
La produzione “cattolica” di questo scrittore-narratore si concentra soprattutto intorno agli anni ’40 da “La roccia di Brighton” (1938) a “La fine dell’avventura” (1951) passando per i due capolavori de “Il potere e la gloria” (1940) e “Il nocciolo della questione” (1948) che si apre con un verso di Charles Peguy: «Al cuore stesso della cristianità nessuno è così competente come il peccatore in materia di cristianità. Nessuno se non il santo». È una sorta di manifesto della poetica greeniana, ispirata profondamente dal Vangelo ed in particolare, ha osservato Charles Moeller, dalla sentenza evangelica «non giudicare».
Una letteratura radicata nel cristianesimo ma, direi, nella sua versione “inglese”, poco spiritualista ma carnale e amante del paradosso. Una letteratura dove la presenza della Grazia scaturisce da forti contrasti. In realtà Greene descrive il peccato, l’inferno, secondo l’acuta osservazione di un’altra scrittrice cattolica, Flannery O’Connor: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate di impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa». Per la narratrice americana come per Greene ogni romanzo racconta l’opera della Grazia in un territorio occupato prevalentemente dal diavolo e nei suoi romanzi ricchi di avventura e di esotismo, lo scrittore inglese non ha disdegnato di impolverarsi e ha offerto al lettore, con dolente sincerità, il suo sguardo sull’uomo; uno sguardo offerto con il gusto dell’ironia e del paradosso, ma al tempo stesso molto severo e lucido senza per questo annullare un profondo senso di pietà e di compassione.
L’ironia e il paradosso, sono le armi con cui Greene nelle sue storie rivela il proprio cuore (e anche quello del lettore) e sotto questo aspetto egli si può accostare a G.K.Chesterton; entrambi scelgono la via insolita del racconto poliziesco per declinare la propria visione del mondo e della vita, anche se in maniera diversa: se Chesterton sceglie la figura del detective, Greene si concentra sul personaggio della spia; se il primo inventa padre Brown, il prete che scova il criminale per perdonarlo, il secondo si cimenta per lo più con squallidi agenti segreti per raccontare gli abissi della meschinità e della fragilità umana. Il poliziotto e la spia, la lealtà e la slealtà, Greene opta per la seconda e arriva anche a teorizzarlo, quando scrive nei suo “Saggi cattolici”: «…io appartengo a un “gruppo”, la Chiesa cattolica, un fatto del quale, come scrittore, potrebbero derivarmi gravissimi problemi: invece non li ho, appunto perché posso essere sleale…. Ci sono dei cervelli di prim’ordine nella Chiesa, per i quali la letteratura non è che un mezzo per ottenere un fine, quello dell’edificazione delle anime. Un fine che avrà un altissimo valore, forse molto più altro della letteratura stessa, ma che fa parte di un altro mondo. La letteratura non ha niente a che fare con l’edificazione spirituale. Con ciò non voglio affermare che la letteratura sia amorale, ma che ha una sua morale propria…I romanzieri cattolici (ma preferirei chiamarli romanzieri che sono anche cattolici) dovrebbero scegliere a loro patrono il cardinale Newman. Nessuno intese meglio di lui i loro problemi e li seppe più abilmente difendere dagli attacchi dei bigotti (la bigotteria è un malsano virgulto della religione) […”> Newman [così”> difende l’insegnamento della letteratura nelle università cattoliche:“Se la poesia deve servire allo studio della natura umana, non si pretenda una letteratura cristiana. È un controsenso, infatti, voler ritrarre un’umanità peccatrice in una letteratura scevra di peccato. Si può forse mettere insieme qualcosa di molto grande e sublime, più sublime di quanto sia mai stata la poesia: ma se la si esamina ben bene ci si accorgerà che poesia non lo è affatto».
Cattolico inquieto e urticante, Greene, a venti anni dalla morte, è ancora oggi un grande e prolifico cantastorie, come dimostrano i racconti che prossimamente verranno raccolti e pubblicati da Mondadori nella collana de “I Meridiani”, il giusto tributo ad uno scrittore “colpevole” soltanto di aver regalato infinite ore di felicità ai suoi milioni di lettori.
20 aprile 2011