I coniugi Amendolagine verso la beatificazione
Chiusa l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità di Lelia e Ulisse, genitori di cinque figli e «illuminati da fede profonda» di Laura Badaracchi
Gioia e commozione, nei volti di padre Raffaele e Teresa Amendolagine, al momento della chiusura dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità dei loro genitori, i servi di Dio Lelia e Ulisse. «Non voglio parlare di me, preferisco che si parli di loro», ha commentato Teresa, a sua volta sposata con due figli e due nipoti, mentre il religioso carmelitano – classe ’32 – ha sussurrato: «Non mi sembra vero». La cerimonia si è svolta lo scorso 24 maggio, a mezzogiorno, nella gremita “Sala rossa” del Palazzo Apostolico Lateranense; numerose le coppie presenti.
«È proprio la vita ordinaria di Lelia e Ulisse a costituire un esempio per le famiglie cristiane a vivere il proprio matrimonio secondo il progetto di Dio. Di loro vogliamo ricordare l’impegno educativo profuso nei riguardi dei cinque figli, la serietà e la dedizione al lavoro di entrambi, l’organizzazione feconda e serena del tempo libero e l’impegno assiduo in parrocchia», ha sottolineato monsignor Gianfranco Bella, presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano, presiedendo la chiusura della fase diocesana dei processi di beatificazione e canonizzazione, aperta solennemente il 18 giugno 2004 dall’allora cardinale vicario Camillo Ruini.
Dopo il matrimonio, celebrato nella parrocchia di Santa Teresa d’Avila a Corso d’Italia il 29 settembre 1930, la chiesa affidata ai carmelitani diventa «il riferimento della nuova famiglia» Amendolagine, che abita in via Salaria 72; in sette anni nascono cinque bambini: i primi due, Leonardo e Giuseppe, sono scomparsi prematuramente, mentre Roberto (che sarà ordinato sacerdote) si è spento nel 2008. La madre Lelia morirà a causa di un tumore il 3 luglio del ’51, a 47 anni; il marito Ulisse la seguirà nel ’69. Entrambi «hanno vissuto la sofferenza illuminati da una fede profonda», testimoniata anche con una «costante disponibilità ad aiutare e soccorrere chi era nel bisogno, con discrezione e generosità», ha concluso monsignor Bella, chiarendo che «il cammino della santità va avanti singolarmente; speriamo che si ricongiungano nell’esercizio eroico delle virtù e in uno sperato miracolo per la beatificazione». Ora tutta la documentazione raccolta (dagli scritti dei servi di Dio alle testimonianze) passa in Vaticano, alla Congregazione delle cause dei santi che la esaminerà, informa Luca Pasquale, dal 2009 postulatore della causa, che aggiunge: «In un periodo tanto difficile per le famiglie, dal punto di vista sociale e spirituale, vogliamo far conoscere storie meritevoli e positive come questa».
E l’esistenza semplice ma significativa di questa coppia continua ad accompagnare il cammino di tante famiglie, che hanno partecipato alla Messa celebrata nella cappella del Pontificio Seminario Romano Maggiore prima della cerimonia in Vicariato. Organizzata dalla Provincia romana dei Padri carmelitani scalzi e dalla Postulazione della causa, la celebrazione è stata presieduta dal cardinale Elio Sgreccia, che ha ricordato come l’itinerario compiuto dai coniugi Amendolagine sia stato «senza opere grandi ma autentico» ed esca «dal frutto dell’insegnamento del Concilio: vivere la fede da laici, in comunione spirituale e coniugale». Percorso che dà i suoi frutti: Vincenzo ed Emanuela, della parrocchia di Sant’Andrea apostolo a via Cassia, da tre anni animano il gruppo “Risorgeremo”, che prende il nome dal motto degli Amendolagine. Si ritrovano una volta al mese per partecipare alla Messa, a cui segue un incontro sulla spiritualità di «mamma Lelia e papà Ulisse: li chiamiamo in modo confidenziale perché grazie a loro ci siamo sentiti meno fragili nella missione di sposi e genitori – ha raccontato Emanuela –. Abbiamo visto la conversione del comportamento dei nostri figli, concordia e riappacificazione in varie situazioni difficili».
Altra voce, quella di don Andrea Santoro, fidei donum della diocesi ucciso a Trebisonda il 5 febbraio 2006: la sorella Maddalena ha letto la sua testimonianza, consegnata alla postulazione, di un episodio avvenuto quando il sacerdote era parroco ai Santi Fabiano e Venanzio. Alla fine del giugno 2002, per un giovane parrocchiano – ricoverato in rianimazione all’ospedale San Giovanni e dichiarato in pericolo di vita – fu chiesta l’intercessione degli Amendolagine «con molta convinzione: la mattina successiva i sanitari lo hanno dichiarato fuori pericolo». La devozione è arrivata anche nell’arcidiocesi di Pescara-Penne grazie a Rosella e Francesco, che hanno scoperto Ulisse e Lelia attraverso un libro e ora coordinano la pastorale familiare diocesana: «Per le famiglie che si formano sono un esempio, anche per le coppie ferite e spezzate».
27 maggio 2011