Celli (Luiss): «Tornare all’etica dei valori»
Il direttore generale dell’ateneo intitolato a Guido Carli riflette sulla condizione dei giovani, sul precariato e sulla “fuga dei cervelli” in un incontro a San Roberto Bellarmino di Daniele Piccini
«Imparare a fare silenzio nel rumore. Cogliere quei segni, deboli ma visibili, che consentono di capire cosa sta accadendo davvero intorno a noi, al di là delle direzioni che tutti seguono. Rafforzare infine quelle connessioni e quei legami con gli altri che ci rendono comunità». Sono queste le ricette che Pier Luigi Celli, direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli di Roma, ha consegnato ai giovani della VI prefettura, che lo hanno incontrato nei giorni scorsi nella parrocchia di San Roberto Bellarmino, al termine del percorso annuale, di preghiera e riflessione, promosso dalla Pastorale giovanile di prefettura. Intervistato dal direttore di Romasette.it, Angelo Zema, Celli è tornato sui temi che avevano motivato la lettera “Figlio mio, lascia questo paese” (pubblicata su La Repubblica il 30 novembre 2009) e che ha potuto approfondire di recente nel suo ultimo libro, “Generazione tradita. Gli adulti contro i giovani”.
Scuola, università, lavoro, raccomandazioni, negligenze della politica, cattivo funzionamento di un sistema paese che disperde le proprie risorse intellettuali, penalizza i giovani castrando il proprio futuro. «Ho scritto per indignazione civile – spiega il professore –, per denunciare uno stallo in cui nessuno dà soluzioni. Scuola e università propongono programmi didattici ancorati a prospettive di lavoro obsolete. E le riforme non cambiano le cose, perché sono fatte per i professori, non per gli studenti».
Zema ricorda i dati statistici di abbandono scolastico e scolarizzazione recentemente diffusi dall’Istat: «L’Italia detiene il primato dell’“inattività volontaria”, l’11,2% dei giovani italiani non studia né lavora, ben il 7% in più della media europea. Il 18,8% dei giovani abbandona gli studi dopo la scuola dell’obbligo». «Per anni – così suona la risposta del professor Celli – abbiamo assunto personale scolastico in eccesso e siamo stati costretti a sottopagarlo. E ora i professori sono scontenti e solo pochi sono spinti da autentica passione. L’università non ha raggiunto obiettivi di rilievo, consentendo un’altissima immigrazione intellettuale: un ricercatore costa in formazione allo Stato circa 500mila euro, lasciarlo andare all’estero è una perdita grave. Ma è inevitabile che i ricercatori vadano via, perché l’Italia funziona solo con le raccomandazioni. Nessuno stupore che da 15 anni il Pil dell’Italia non cresca. Serve una rivoluzione di testa, di modelli e un ritorno all’etica dei valori, che abbiamo perso».
Il confronto con il resto d’Europa infatti è schiacciante. «I giovani sono pochi ed indifesi – ha proseguito Celli –: nel 1986 1.032.000 di ragazzi compiva 15 anni, oggi solo la metà. L’università italiana porta alla laurea a 27 anni e 5 mesi. In Europa ci si laurea a 23 anni e 7 mesi. Dunque il laureato italiano arriva tardi ad avere un lavoro fisso, non può pagarsi l’affitto di casa, si sposa tardi, fa meno figli e il circolo ricomincia». «Come si può allora fare fronte alla fragilità dei giovani?», chiede in conclusione Zema. «Nel lavoro, gli anziani devono imparare a farsi da parte – risponde Celli – e ad affiancare i giovani, facendosene carico. Invece spesso li abbandoniamo, costringendoli a pensare ognuno per sé. Nello studio, il compito dei professori universitari non si esaurisce con la didattica, ma deve formare gli studenti. Oggi infine anche le famiglie si sono disarticolate ed indebolite. I ragazzi invece hanno bisogno che ci si prenda cura di loro».
27 maggio 2011