I primi 20 anni del Centro di Bioetica della Cattolica
Un convegno per ricordare l’anniversario e dare inizio, al contempo, all’attività del nuovo direttore, Adriano Pessina di Gianluigi De Palo
“1985-2005. I primi vent’anni del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica”: questo il titolo del convegno svoltosi a Roma venerdì 30 giugno presso il Centro Congressi dell’ateneo romano. Istituito come luogo di ricerca nel contesto della facoltà di Medicina e Chirurgia, il centro ha progressivamente ampliato le sue attività con la promozione a partire dall’anno 1990 del dottorato di ricerca in Bioetica, del corso di perfezionamento e, in seguito, del Master in Bioetica, fino all’inaugurazione, nel 1997, della sezione milanese del centro di Bioetica coordinata dal professore Michele Lenoci. «La capacità di questo centro – ha detto nella sua introduzione il Rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi – è stata resistere alla tentazione di chiudersi in un suo orticello per aprirsi invece al dialogo con gli altri diventando un interlocutore credibile e indispensabile per la cultura laica. Non mancheranno comunque, e anzi sono destinate a crescere, le “battaglie” da combattere negli anni a venire in difesa e promozione di quei principi non negoziabili che sono a fondamento della vita sociale e di uno sviluppo autenticamente umano».
Il convegno ha di fatto segnato l’inizio dell’attività del professore Adriano Pessina quale nuovo direttore del Centro, al posto del vescovo Elio Sgreccia che in Vaticano è attualmente il presidente della Pontificia Accademia per la Vita. «Il contesto storico culturale nel quale si trova oggi ad operare il Centro di bioetica – ha notato Pessina – è profondamente trasformato. Questa è l’epoca dell’indifferenza, cioè della negazione di ciò che fa la differenza. La formazione che governa i dibattiti attuali è improntata all’esaltazione della libertà e dell’autonomia, ignorando che libertà e autonomia vanno riempiti di contenuti che fanno la differenza». Il Centro di bioetica, ha proseguito, «ha a cuore la libertà dell’uomo e la sua autonomia come pure lo sviluppo scientifico e tecnologico, ma non per questo ignora che autonomia e libertà vanno coniugate dentro il senso di responsabilità, della condivisione, del dovere e della giustizia».
Un applauso commosso ha salutato la conclusione della relazione di mons. Sgreccia che nel suo intervento ha spiegato come, senza volerlo, è diventato il massimo esperto italiano di bioetica. «Essa deve far dialogare discipline diverse e unire la parte descrittiva-sperimentale con quella antropologica-filosofica e successivamente con la prospettiva etico-applicativa. L’etica è la realizzazione dinamica della persona, l’espressione e la pienezza della sua ricchezza: l’etica normativa non è una gabbia o una repressione ma costituisce la linea di espansione e il dinamismo della sua pienezza. Nel concetto di persona così inteso si saldano il realismo dell’oggettività e la valorizzazione della soggettività, aperta alla libertà, alla responsabilità e alla relazione sociale». E ancora, parlando della situazione attuale: «Il passo che l’Europa sta per fare a favore della ricerca libera e finanziata sugli embrioni è un altro delitto contro la vita. Mi auguro che receda perchè nella ricerca sulle cellule staminali, si sono rivelate più efficaci quelle somatiche, cioè adulte». Quindi, ha spiegato, «si sta compiendo un delitto inutile. Anche se in realtà non ci sono mai delitti utili». E poi ha insistito, denunciando che nella decisione italiana di ritirare la firma sulla riserva etica che bloccava i finanziamenti c’è «una forma di disprezzo della vita concepita, ridotta a strumento, poiché c’è la soppressione degli embrioni».
In conclusione il direttore di Avvenire Dino Boffo ha dimostrato l’importanza della riflessione etica a cominciare dal dibattito riguardo il referendum sulla procreazione medicalmente assistita e dal continuo scontro politico-culturale su temi come eutanasia, aborto, embrioni e ricerca scientifica, ricordando come i media hanno «banalizzato» la disputa sulla legge 40 e sul referendum dello scorso anno, «spacciandolo per la giusta battaglia contro il clericalismo arrogante, la difesa della sana laicità contro le pretese pretesche». In realtà, ha aggiunto, «sono stati loro i grandi sconfitti della vicenda referendaria. Ma l’esito della consultazione, lungi dall’indurre a un atto di umiltà, ha sospinto a una maggiore ruvidezza verso un cattolicesimo avvertito stranamente insubordinato eppure pericolosamente capace di intercettare ancora il Paese reale».
1 luglio 2006