I santi, testimoni smaglianti della bellezza divina
di Rebecca Nazzaro
I santi sono smaglianti testimoni della bellezza di Dio, sono fessure attraverso cui passa la luce divina e che realizzano con il loro esempio un vero e proprio “apostolato di amicizia”, quello che San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, descrive come «amicizia “personale”», abnegata, sincera: a tu per tu, da cuore a cuore”.
Il loro è un abbraccio che ci consola, che ci recupera alla limpidezza, alla speranza e alla gioia; contemplandoli siamo presi da stupore e rinnovato slancio e diciamo: «Signore dammi di quest’acqua perché non abbia più sete» (Gv 4,15).
Essi sono coloro che «sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7, 4. 9. 14) e che, pure nella sofferenza, attraverso l’abbandono fiducioso nell’Assoluto, hanno realizzato la vera vocazione umana che è quella di farsi «lode della gloria di Dio». La conoscenza di esperienze di tale fede e donazione sono per noi l’occasione per “incontrare” il Dio “nascosto”; grazie a loro, infatti, Egli si rivela, si fa visibile, si rende presente in mezzo a noi. È come se il Verbo si facesse di nuovo carne e tornasse ad abitare tra gli uomini.
La santità, però, può essere fraintesa ed evocare fatti straordinari, diventare qualcosa di lontano e inarrivabile, mentre in realtà ognuno di noi è chiamato a fare di sé ciò che è scritto nel Levitico: «Santificatevi dunque e siate santi, perché Io sono santo». Nella volontà del Signore, infatti, la santità è apertura permanente oltre i confini della meschinità materiale, ed è per questo che ognuno di noi ha una sua chiamata, ognuno secondo la sua misura e secondo la sua dimensione, nel tessuto quotidiano delle piccole cose: anche dentro di noi c’è un mistico che sonnecchia e che attende solo un occasione per risvegliarsi.
Tutto ciò che si sviluppa, agli inizi, è piccolo. Alimentandosi gradualmente, con continui progressi, diventa grande. Così è accaduto che nell’esperienza di una bambina di appena sette anni, Nennolina, nella sua delicatezza, nella sua fanciullezza, si sia incarnato ciò che dice Gesù: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto» (Lc. 10, 21). Nennolina nasce a Roma nel 1930, vicino alla basilica di Santa Croce in Gerusalemme; colpita da una terribile malattia, muore nel 1937 a soli sette anni, unendo la sua sofferenza alla passione di Gesù; «il dolore» per lei «è come la stoffa: più è forte più ha valore».
Nella freschezza e tenerezza dei suoi pochi anni, Nennolina, realizza una vera e propria teologia dell’infanzia; con la dedizione alla preghiera e il non lamentarsi mai, l’accettazione del dolore con spirito devozionale, Nennolina è di una generosità estrema; in lei la sofferenza per la malattia incurabile si trasfigura, si fa dono ed esperienza di comunione con Cristo, perché «non vi è amore più grande, che dare la vita per i propri amici» (Gv5,13). Senza vedere incrinata la radiosa speranza, i suoi occhi sono rimasti sempre rivolti verso l’alto: guardano in alto, verso il Padre. Coloro che sanno soffrire con questa intensità, intercedono e chiedono anche per gli altri, oltre che per se stessi. Vivono in un rapporto diverso, d’intimità, di confidenza con Dio e pur nella semplicità del cuore, diventano mediatore tra noi e Lui.
La bellezza della santità è in fondo questo ritorno alla sorgente, un ritrovare la trasparenza purissima dell’infanzia spirituale, la serenità gioiosa attraverso cui si compie l’autentico incontro con Dio. «Non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Salmo 131, 1-2).
10 giugno 2008