Il cardinale Ravasi al Convegno missionario: «Portare tutti a Dio»

Per il porporato, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, «nella Pentecoste si realizza la Chiesa universale». Il vescovo Spreafico: «Se non siamo missionari non possiamo dirci cristiani» di Christian Giorgio

Un fragore, un vento che si abbatte imponente sulle porte del Cenacolo e le spalanca. È dalla Pentecoste, e da quel luogo di Gerusalemme in cui era rinchiusa la Chiesa nascente, che ha preso spunto il convegno missionario diocesano tenutosi, sabato 7 giugno, in Vicariato. Come racconta Luca negli Atti degli Apostoli, una volta disceso lo Spirito Santo, “Ciascuno li udiva parlare nella propria lingua…”. A partire da questo versetto che ha dato il titolo all’incontro, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, ha approfondito il tema dell’universalismo; caratteristica fondante di una Chiesa in uscita e quindi missionaria.

Citando lo scrittore argentinoJorge Luis Borges, al quale sarà dedicato il Cortile dei Gentili del prossimo novembre a Buenos Aires, «partiamo dalla consapevolezza – ha ricordato il cardinale – che “la nostra umanità sta nel sentire che siamo voci di una comune indigenza”». Da questa fragilità scaturisce una forte «domanda di aiuto verso l’alto» che ci «accomuna ad Adamo». Come è stato per il primo uomo, ha continuato Ravasi, «la nostra umanizzazione può dirsi completa» solo quando «trasfondiamo nel nostro simile tutto noi stessi».

In questa «adamicità», quindi, si configura l’universalismo della Chiesa. Essa, per il porporato, non deve mai confondere l’«elezione divina» con un «primato d’onore», ma piuttosto riconoscere in essa il «compito missionario di portare tutto il mondo a Dio». Una Chiesa che esce, quindi, ma per tornare al principio ispiratore di tutto. Una Chiesa che abbatte i confini e benedice, con le parole di Dio riportate da Isaia, «l’egiziano mio popolo, l’assiro, opera delle mie mani e Israele mia eredità».

Da qui, l’universalismo cristiano, che per il cardinale Ravasi è perfettamente spiegato dalle parole di Pietro negli Atti: «“Comprendo che Dio non è parziale, ma in ogni nazione l’uomo che lo teme e opera giustizia è accetto”». Ecco perché, ha concluso Ravasi, «anche al di fuori del popolo cattolico ci sono persone al servizio di Cristo»; in lui, «si realizza ciò che scrive Paolo ai Colossesi: “qui non vi è greco o giudeo, barbaro, Scita schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti”».

Missione quindi è fuoriuscita verso le periferie tanto citate da Papa Francesco anche nella Evangelii Gaudium. Riportando le parole dell’Esortazione apostolica, il vescovo di Frosinone e presidente della Commissione episcopale della Cei, monsignor Ambrogio Spreafico ha ricordato: «“Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo”. Il Papa ci aiuta a comprendere che se non si è missionari, cioè se non si comunica il Vangelo ogni giorno, con la vita, le parole, l’esempio, non si è cristiani».

E sulle periferie, citate in apertura anche da don Michele Caiafa del Centro diocesano per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese, che ha organizzato l’incontro, monsignor Spreafico ha aggiunto: «Il Vangelo crea un centro in tante periferie (umane, urbane, esistenziali). La Chiesa in uscita è chiamata a tessere frammenti di umanità periferiche perché si compongano attorno a quel centro che è la Parola di Dio». Ecco quindi che «la vita spirituale che si nutre di preghiera – ha riflettuto il vescovo – rende possibile a uomini e donne periferici di ritrovare il centro della loro vita per amarsi e sostenersi nel tempo difficile che stiamo attraversando».

Dopo le testimonianze di suor Paola Gabrieli, missionaria in Repubblica Centrafricana, e di Francesa De Martino, che ha vissuto 4 anni accanto ai cristiani di Taiwan, è toccato al vescovo incaricato per la Cooperazione missionaria tra le chiese nella diocesi, monsignor Matteo Zuppi, trarre le conclusioni. Le sue parole, alla vigilia della Pentecoste, hanno sottolineato quanto «l’universalismo sia un elemento costitutivo della Chiesa stessa». E la sfida per la Chiesa di Roma che sembra «forse troppo chiusa, accomodata», ha detto monsignor Zuppi, è proprio questa: «riaffermare l’unione tra le diverse comunità e aiutarle ad aprirsi in un atteggiamento missionario». Solo così, ha concluso il presule «potremo svelare la presenza di Dio negli uomini» e comunicare la «straordinaria attesa di Gesù Cristo» che «ci salva parlando l’unica lingua suggerita dallo Spirito».

9 giugno 2014

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