Il cardinale Vallini tra i rom a La Barbuta

La visita al campo vicino all’aeroporto di Ciampino, dove vivono 580 rom di etnie diverse. Storie di emarginazione e di isolamento. L’appello per i bambini: «Fateli studiare: avranno meno difficoltà d’integrazione» di Christian Giorgio

Quando il cardinale vicario Agostino Vallini è arrivato, ieri, martedì 15 luglio, al campo nomadi La Barbuta, il sole caldo del tardo pomeriggio batteva sui tetti delle case-container che ospitano circa 580 rom di etnie diverse. In questo “villaggio attrezzato” ai margini della capitale, l’unica ombra che si possa trovare durante la giornata è quella fugace degli aerei in atterraggio al vicino aeroporto di Ciampino. Sui viali del campo non ci sono alberi; c’è il pietrisco per non far sollevare la polvere e tanti bambini, oltre 300. Sulle loro biciclette, sono stati i primi ad accogliere il porporato accompagnato dal direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle migrazioni, monsignor Pierpaolo Felicolo, e da don Paolo Lojudice, assistente spirituale al Seminario Maggiore.

E dedicato a quei bambini, nella maggioranza dei casi «nati in Italia, figli di Roma», è stato il primo pensiero del cardinale vicario: «Fateli studiare – ha detto ai genitori che lo ascoltavano -, perché attraverso l’istruzione possano trovare, un domani, meno difficoltà d’integrazione». Una parola, quest’ultima, che a La Barbuta sembra essere stata relegata oltre le inferriate che delimitano il campo. Qui non arrivano mezzi di trasporto; il primo ufficio postale, il centro abitato limitrofo e il supermercato distano in media tre chilometri dall’insediamento.

Ma, anche se la lotta all’emarginazione e all’isolamento tante volte sembra persa in partenza, è la via dell’amore e della pazienza che il cardinale Vallini ha indicato come meritevole da percorrere: «Cercate di volervi bene innanzitutto tra di voi, come il Signore fa con i suoi figli – ha suggerito -. Qui siete cattolici, ortodossi, musulmani; siate capaci di pregare l’uno per l’altro riconoscendo Dio come nostro unico padre». Allora, ha continuato il cardinale, «sarà più semplice mettere da parte le violenze, le cattiverie e le invidie di cui, molte volte, siamo artefici e vittime».

Poi la visita del campo, gli abbracci e i sorrisi, la gente che accorreva con bottiglie d’acqua e bicchieri, dolci e biscotti; segni di un’ospitalità semplice e sincera. Tra di loro c’era anche Samuele, 21 anni e già padre di una bambina. Oltre ad avere il diploma di perito meccanico ha frequentato anche due corsi di formazione per fare il magazziniere e il parrucchiere ma non trova lavoro: «Quando, durante i colloqui, scoprono da dove vengo e chi sono – dice Samuele amareggiato – i miei titoli di studio non valgono più niente».

Storie simili, in cui essere “zingaro” equivale a portarsi addosso uno stigma difficilmente cancellabile, le hanno raccontate al cardinale anche altri ragazzi. Robert ha diciannove anni, da qualche mese è senza lavoro. Faceva la guardia giurata; dopo alcune incomprensioni con i colleghi, è stato licenziato dal datore di lavoro – ha detto – perché accusato di colpe che non erano sue. «Mi avevano confidato che a me avevano preferito i colleghi italiani – ha aggiunto tenendo gli occhi bassi -; ma io sono italiano, proprio come loro. E questo non lo capiscono».

Queste storie sottolineano la necessità di un lavoro che possa smuovere le coscienze di tutti, bisogna «creare ponti – ha affermato il direttore dell’Ufficio per la pastorale delle migrazioni della diocesi, monsignor Felicolo -, instaurare un rapporto di conoscenza personale con gli uomini e le donne del campo per capire la loro complessa realtà e cercare di accompagnarli lungo il cammino dell’integrazione».

È la stessa battaglia combattuta anche dall’assistente spirituale del Seminario Maggiore, don Paolo Lojudice e dai suoi ragazzi, che ormai da sei anni visitano i campi rom della capitale: «Il nostro operato affonda le proprie radici nell’attenzione evangelica verso gli ultimi e i più deboli, verso coloro che sono allontanati dalla società perché non ritenuti degni di essere accolti». Un’esperienza tramite la quale, ha concluso il sacerdote, «molti ragazzi del Seminario hanno ripensato il proprio percorso vocazionale ripartendo dall’orizzonte del più povero e di chi vive ai margini di qualsiasi tipo di periferia».

16 luglio 2014

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