Il consumismo nemico del Natale

La festività svuotata del suo significato più autentico dal trionfo del mercato, ma la sua storia parte da lontano: la sua prima attestazione cristiana risale al 204, ad opera di Ippolito di Roma di Aldo Buonaiuto

Per i credenti il Natale è tra i più significativi e sentiti momenti dell’anno liturgico. La nascita del Salvatore è un tempo in cui prepararsi spiritualmente con preghiere, elemosina e riconciliazione col Signore e col prossimo. Per molti altri, invece, è solo un giorno come tanti durante il quale, però, si è moralmente obbligati a spendere soldi per regali e dolci, ad assistere ad interminabili celebrazioni in chiesa e a presiedere a noiosi pranzi in famiglia. Negli anni, in effetti, con l’aumentare della ricchezza in molti Paesi occidentali, il Natale si è progressivamente svuotato dei suoi antichi valori spirituali divenendo una festività quasi laica di natura prettamente consumistica. Eppure la sua storia parte da lontano.

La prima attestazione cristiana del Natale fissato al 25 dicembre è del 204, ad opera di Ippolito di Roma. Il “Cronografo Romano” (354) indica, in quanto calendario religioso e anche civile, il 25 dicembre come N(atale) invicti (“[giorno”> natale del non vinto”); riportando l’elenco dei vescovi di Roma, dei quali precisa la data di morte, vi pone in testa, al 25 dicembre (VIII kalendas Ianuarii), la “nascita di Cristo a Betlemme di Giudea” (natus Christus in Betleem Judeae).

È nell’opera di San Leone Magno che si trova per la prima volta il termine “sacramentum” applicato al Natale; Leone lo chiama “Sacramentum natalis Christi” (“Sacramento della nascita di Cristo”) e parla del “Nativitatis dominicae sacramentum” (“Sacramento della nascita del Signore”). Leone si esprime riguardo al Natale in termini che potrebbe usare ugualmente per la Pasqua, definendolo “giorno scelto per il mistero (sacramentum) della restaurazione del genere umano nella grazia”.

Oggigiorno l’aspetto sacramentale è spesso posto in secondo piano. Complici i soliti costruttori di mode che, attraverso pubblicità, film, gadget hanno sostituito agli antichi simboli natalizi dei soggetti alternativi, che nulla hanno a che vedere con la tradizione cristiana. Il principale esempio è certamente l’odierna versione di Babbo Natale, trasposizione in salsa commerciale dell’antica leggenda (cristiana!) di San Nicola di Bari. Questi, vescovo di Mira (Turchia) del IV secolo, era solito portare personalmente doni e denaro alle famiglie bisognose. Nel nord Europa il nome Nicola venne tradotto in Nikolaus e poi ulteriormente ridotto in Klaus dal quale deriverebbe la figura del noto Santa Claus.

La sua trasformazione mediatica in omone barbuto vestito con una specie di tonaca rosso brillante fu opera dei pubblicitari di una famosa bevanda che, dagli inizi degli anni ’30, cercarono di aprire il mercato della bibita anche ai minori e ai bambini. Da allora ad oggi il “brand Babbo Natale” è costantemente salito nelle quotazioni internazionali fino a raggiungere il valore di oltre 1000 miliardi di euro! Molto al di sopra di marchi famosissimi quali Apple o Sony, solo per citarne alcuni.

Questo Babbo Natale, immagine del ricco pensionato statunitense, è figlio di quella cultura a stelle e strisce che, insieme ad altri colossi mediatici e commerciali, ha contribuito a scristianizzare il Natale sostituendo con renne, folletti e lucine colorate il Gesù bambino nato in una mangiatoia. Stessa fine toccata in sorte alla festività dell’Epifania, rimpiazzata con la più popolare vecchia strega, brutta ma buona, che porta dolcetti in regalo ai bambini al posto degli antichi Re Magi.

Il termine “befana” sarebbe la corruzione lessicale di epifania (dal greco, epifáneia che significa: manifestazione) attraverso bifanìa e befanìa. L’origine di questa figura va probabilmente connessa a tradizioni agrarie pagane relative all’anno trascorso e alla rinascita dell’anno nuovo, tra la fine dell’anno solare (solstizio invernale) e l’inizio dell’anno lunare. Anticamente, infatti, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava la morte e la rinascita della natura attraverso la figura pagana di Madre Natura.

I Romani credevano che in queste dodici notti delle figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche. Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni che sfociarono nel Medioevo nella nostra Befana, il cui aspetto, benché benevolo, è chiaramente imparentato con la personificazione di una strega. È però l’avvento dell’epoca moderna a dare l’impulso allo sviluppo dell’usanza della “calza appesa al caminetto” grazie all’opera delle tante industrie dolciarie e di giocattoli interessate al facile guadagno.

Tornando al Natale, l’8 dicembre, festa dell’Immacolata, è stato per secoli anche il giorno dedicato alla costruzione del presepe nelle case italiane. Il presepe, infatti, ha radici tutte italiche. Fu san Francesco d’Assisi a Greccio (Rieti) nel 1223 ad allestire il primo presepe vivente della storia coinvolgendo paesani, semplici contadini e animali. Lo scopo del poverello era profondamente catechistico poiché permetteva anche alla persona più ignorante di comprendere in maniera immediata l’umiltà del Salvatore che si era abbassato a venire al mondo in una misera grotta, scansato da tutti, ma osannato da modesti pastori.

Nonostante gli splendidi presepi composti dagli artigiani napoletani, la pratica della costruzione del presepe in famiglia è spesso collegata, se non sostituita, da quella dell’addobbo dell’abete natalizio. Neppure l’usanza dell’albero di Natale ha radici cristiane. Infatti l’albero era simbolo del rinnovarsi della vita nel paganesimo. L’uso moderno nasce, non a caso, in un paese di tradizione nordica, la Germania, nel XVI secolo. Nel 1570, secondo una cronaca di Brema, un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. Per molto tempo, la tradizione dell’albero di Natale rimase tipica delle regioni a nord del Reno poiché i cattolici la consideravano un uso protestante.

Nei primi anni del XX secolo gli alberi di Natale hanno conosciuto un momento di grande diffusione, diventando gradualmente quasi immancabili nelle case dei cittadini sia europei sia nordamericani, e venendo a rappresentare uno dei simboli del Natale più conosciuto a livello planetario. Nel dopoguerra il fenomeno ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica senza precedenti che ha fatto dell’albero di Natale un potenziale status symbol dando luogo alla nascita di una vera e propria industria dell’addobbo natalizio. Oggi viene considerato anche dai cristiani come un simbolo vita e della gioia.

In conclusione, è facile constatare, da questa breve disamina, come il Natale, festa cristiana per eccellenza, sia attaccata su molti fronti da uno spregiudicato consumismo di massa, motivato dal guadagno a tutti i costi ma anche da un subdolo tentativo, di allontanare e cancellare l’immagine di Cristo dai cuori e dalla memoria delle popolazioni di ogni parte del mondo. Come un cancro che divora dall’interno, il Natale si trasforma ogni anno di più nella “santificazione”del capitalismo, delle spese inutili, della corsa all’acquisto anche in tempi di crisi come questi, lasciando un vuoto e una povertà spirituale che nessun addobbo, cenone o regalo può mai colmare.

2 gennaio 2014

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