Il «Grande inquisitore» all’Eliseo

Fino al 9 dicembre Umberto Orsini è il protagonista del monologo di Dostoevskij. Fede, libertà, peccato e mistero sono fra i capitoli della digressione incastonata ne «I fratelli Karamazov» di Toni Colotta

«La leggenda del Grande Inquisitore» è il rovente monologo che Dostoevskij incastonò ne «I fratelli Karamazov» come tremenda requisitoria che quel temuto indagatore di eretici pronunzia a carico di Cristo tornato sulla terra quindici secoli dopo la crocifissione. Gli contesta la colpa di «dare impaccio» con questa venuta intempestiva, dopo che ha dato agli uomini la libertà di fede, che gli uomini respingono da quando è la Chiesa a gestire questa loro libertà. E gli preannuncia la condanna al rogo circostanziando l’accusa in modo stringente mentre l’accusato, Gesù, tace e «lo guarda con dolcezza». Nel romanzo la raffigurazione è al centro di un poema del cinico scettico Ivan Karamazov ed esposto al religioso e trasecolato fratello Alioscia.

Col tempo il «Grande Inquisitore» acquistò nella letteratura lo smalto e la statura di un testo e di un personaggio a se stante, ritagliato dal grande romanzo del 1880 sui Karamazov. Così transitò nelle riduzioni teatrali e in quella televisiva del 1969 scritta da Diego Fabbri per la regia di Sandro Bolchi. Fu un romanzo sceneggiato che calamitò allora una platea vastissima. Umberto Orsini vi impersonava Ivan con una forza espressiva rimasta incancellabile per i telespettatori oggi anziani. Ora Orsini, anziano anche lui, ha voluto riproporre al Piccolo Eliseo (repliche fino al 9 dicembre) quello squarcio di romanzo, ripensandolo drammaturgicamente, da attore con il regista Pietro Babina e Leonardo Capuano, alla luce di interrogativi che sono del nostro tempo come di ogni tempo.

In uno spazio astratto, segnato da presenze arcane di voci e rumori, su cui campeggia in lettere luminose «Fede», si consuma una lotta tutta interiore del miscredente Ivan, ormai vecchio, con una parte di sé, un demone che gli contesta incertezze e indecisioni. Nel lungo duello, con una gestualità a volte difficile da decifrare, piomba a un tratto una grande tela recante la scritta «Libertà» come pesante fardello da cui disfarsi. E molto altro avviene su cui sarebbe troppo lungo soffermarsi, e che avvince. La fede e la libertà, e poi il peccato e il mistero sono fra i capitoli di questa digressione sui tormenti del Karamazov , «contenuti – spiega Orsini in una sua nota – nel racconto che finalmente, dopo tanti anni Ivan fa davanti al pubblico come se il personaggio avesse finalmente scritto il suo romanzo».

Che alfine è trasposto nell’epoca nostra di comunicazione globale, e lo vediamo oratore di una «ted», una conferenza come quelle tenute in California dai guru del pensiero dominante alla platea mondiale della rete informatica. Ed è qui che Orsini-Ivan fa sua l’ingiunzione del «Grande Inquisitore» allargandola agli interrogativi «laici» sulla libertà. Con una stupenda impennata d’attore.

19 novembre 2012

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