Il vescovo di Bagdad: l’Isis potrebbe già essere in città
Monsignor Saad Syroub richiede la pressione della comunità internazionale per aiutare le fazioni interne al Paese a trovare un accordo. E denuncia: l’Iraq quasi svuotato della presenza cristiana di R. S.
«Temiamo un conflitto civile. Se le diverse parti interne ora contrapposte non riusciranno a trovare un accordo, dobbiamo aspettarci il peggio. Un’altra guerra significherebbe la fine, specie per noi cristiani». Monsignor Saad Syroub, vescovo ausiliare caldeo di Bagdad, vede la situazione attuale dell’Iraq come una diretta conseguenza del conflitto iniziato nel 2003 e dell’inefficienza del nuovo sistema democratico, «che non può funzionare se non vi è una vera riconciliazione». Per questo, spiega alla Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, piuttosto che un intervento militare esterno si augura una maggiore pressione esercitata dalla comunità internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti, affinché le diverse fazioni interne al Paese trovino un accordo. «È passata più di una settimana dall’invasione dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante a Mosul e ancora non vi è un progetto politico comune. Soltanto un Iraq compatto e riconciliato al suo interno potrà reagire ai pericoli esterni. Sciiti e sunniti devono comprendere che con la violenza non si risolve nulla».
Il presule è rientrato oggi, 18 giugno, a Bagdad da un viaggio all’estero, «per stare vicino alla mia comunità in un momento così difficile». La situazione nella Capitale, informa, è tranquilla in maniera insolita. Non vi sono molte macchine né persone per le strade, sebbene sia un giorno feriale. «Tutti hanno paura e preferiscono non uscire di casa – racconta -, altri invece hanno lasciato la città». Voci non confermate, riferisce ancora, danno alcuni quartieri della parte nord di Bagdad già in mano ai miliziani dell’Isis, che impedirebbero agli abitanti di raggiungere altre zone della città e che avrebbero imposto il coprifuoco. Intanto da cinque giorni il governo ha bloccato l’accesso a diversi siti internet, inclusi i principali provider di posta elettronica, e a tutti i social network, «impedendoci di comunicare con l’estero».
Molti, prosegue il vescovo, i cristiani «terrorizzati ed addolorati» che richiedono il proprio certificato di battesimo per lasciare la Capitale. «Dopo oltre 2000 anni in cui abbiamo resistito ad ostacoli e persecuzioni – afferma monsignor Syroub – oggi l’Iraq è quasi svuotato della presenza cristiana. I nostri giovani abbandonano il Paese e noi non possiamo fare nulla. Del resto quale ragione potremmo mai dare loro per restare? Come possiamo proteggerli e assicurare loro che il futuro sarà migliore?».
18 giugno 2014