Immigrati, a Roma una laboriosa normalità
Una ricerca, promossa dalla Caritas e curata dai redattori del Dossier Statistico Caritas-Migrantes, mette in luce le abitudini di vita e di lavoro degli stranieri nella capitale di Patrizia Caiffa (Agenzia Sir)
Gli immigrati che vivono a Roma sono «persone istruite, laboriose, poco inclini al consumo, non ricche ma autosufficienti, aperte alla solidarietà, sempre più attaccate all’Italia», un’immagine lontana «dal cliché degli sbandati e dei criminali» proposta dai mass media. È quanto emerge da un’indagine condotta da Caritas di Roma e Caritas italiana, insieme alla Provincia di Roma, su “Le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati nell’area romana”, presentata il 1° luglio a Roma. La ricerca, affidata dalla Commissione d’indagine sull’esclusione sociale al Dossier statistico Caritas-Migrantes, è stata condotta su un campione di 900 persone di 69 nazionalità.
Approdo “attraente”. La capitale, con 400mila presenze straniere, rimane “un approdo attraente” per gli immigrati: 9 intervistati su 10 vi sono arrivati senza passare da altre Regioni. La metà ha avuto il permesso di soggiorno dopo un provvedimento di regolarizzazione e 1/6 è ancora alle prese con le pratiche di rilascio/rinnovo. L’80% del campione ha un livello di istruzione superiore e l’80% è occupato, anche se il 15% dei dipendenti lavora in nero. Spesso lavorano presso le famiglie (44%), ma anche nell’edilizia e nel turismo. Le mansioni umili sono più ricorrenti, ma aumentano anche gli inserimenti qualificati: operai specializzati, impiegati, imprenditori, medici, interpreti. Le retribuzioni medie non sono alte (916 euro al mese). L’11% è proprietario di casa (per la quale sta pagando il mutuo) e la stragrande maggioranza vive in affitto (62%) o è ospite in casa altrui (6%). Il 15% abita presso il datore di lavoro. Il costo medio è di 622 mensili per un appartamento, 329 per una stanza e 212 per un posto letto. Solo il 61% vive con i propri familiari.
Lavoro, casa, automobile: le priorità. I due terzi sono soddisfatti del proprio lavoro (“abbastanza” è la risposta più frequente) e i più non intendono cambiarlo, consapevoli dell’attuale fase di crisi. 1/3 è poco o per niente soddisfatto, specialmente riguardo alla retribuzione. Comunque, si cerca di far bastare quel che si ha, frequentando supermercati e discount (89%). Gli immigrati possiedono il cellulare (99%), il televisore (70%) e il computer (40%). L’automobile, a portata solo di un terzo del campione, costituisce il secondo bene più desiderato dopo la casa, ambita da metà degli intervistati. Inoltre, come i romani, frequentano i ristoranti e, un po’ meno, i cinema. Il 58% aiuta i familiari rimasti in patria (58%) e ancor di più le persone in difficoltà qui in Italia, non esclusivamente connazionali (66%). L’Italia è il centro dei loro interessi e 7 su 10 leggono i giornali italiani; le vacanze, però, si passano ancora in prevalenza nel paese d’origine, anche se 4 su 10 restano in Italia e in parte iniziano a frequentare i nostri luoghi di villeggiatura.
“Investire sull’integrazione”. «Gli investimenti per l’integrazione sono il rimedio efficace per evitare che gli immigrati costituiscano una periferia»: lo ha ribadito don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, commentando i risultati della ricerca. Ricordando le già espresse «perplessità» sul «pacchetto sicurezza» del governo, soprattutto «per il fatto che l’attenzione venga dedicata in esclusiva all’immigrazione irregolare», don Nozza ha riaffermato che «il contenimento, la repressione, le misure penali non devono essere proposte come l’essenza della politica migratoria».
La presenza consistente degli immigrati (oggi 4 milioni, ma si valuta che in Italia aumenteranno ogni anno di 300mila unità, quindi in 20 anni potrebbero superare quota 10 milioni) rischia però, secondo il direttore della Caritas, di «configurarsi come una realtà periferica anche a livello giuridico». Tra gli esempi e le difficoltà che incontrano gli immigrati: la mancata «partecipazione alle elezioni amministrative e al pubblico impiego», la «durata ridotta dei permessi di soggiorno», «l’indisponibilità dei funzionari negli uffici pubblici», la «complessità della pratica per l’acquisizione della cittadinanza».
«È auspicabile che si compiano dei passi in avanti attraverso un confronto più costruttivo tra gli schieramenti – ha affermato -, ma purtroppo pare che l’orientamento preso vada nel senso contrario». Don Nozza ha chiesto «più risorse» per l’integrazione e la coesione sociale. A fronte di una normativa giudicata «carente e talvolta controproducente» don Nozza ha proposto a politici e amministratori locali di «ampliare lo spazio sociale e giuridico di condivisione e ridurre le situazioni di svantaggio: solo così si può allontanare lo spettro dei conflitti, già emersi in altri Paesi e alimentati proprio da tali disagi». «Non si deve pensare all’immigrazione in maniera disgiunta dalla legalità – ha sottolineato -, ma neppure si deve pensare all’immigrazione in maniera disgiunta dall’accoglienza, dalla solidarietà e dalla giustizia». Per Marco Revelli, presidente della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale, il quadro che emerge è «decisamente diverso da quello consueto della rappresentazione prevalente, spesso orientata a toni allarmistici e all’emergenza: un quadro di sofferta e dignitosa normalità. Di non facile, ma laboriosa integrazione».
2 luglio 2008