In mostra il ‘600 con i “Papi della speranza”

La religiosità a Roma nell’iniziativa promossa dal Centro europeo per il turismo con altre realtà culturali a Castel Sant’Angelo, nel primo anno di pontificato di Francesco di Giulia Rocchi

Nel 1563 si chiude, dopo lunghi lavori e tante interruzioni, il Concilio di Trento. E per la Chiesa si apre una fase nuova, in cui viene pian piano abbandonato il rigore della Controriforma e si passa a un grande fermento spirituale, pastorale, missionario e artistico. Ne sono protagonisti «I Papi della speranza», a cui è dedicata la mostra allestita a Castel Sant’Angelo fino al 16 novembre, in occasione del primo anno di pontificato di Papa Francesco. A realizzarla, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica, il Centro europeo per il turismo e la Soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Roma, in collaborazione con i Musei Vaticani, la Biblioteca Apostolica Vaticana, l’Archivio segreto vaticano e la Fabbrica di San Pietro.

«Arte e religiosità nella Roma del Seicento» è il sottotitolo dell’esposizione, suddivisa in quattro aree tematiche: «Roma Sancta: recupero del cristianesimo delle origini», che ne costituisce l’introduzione attraverso dipinti, incisioni, testi e reperti archeologici; «I giubilei», dedicata agli appuntamenti del 1575, del 1600, del 1625 e del 1650; «Canonizzazioni e grande figure di santi», che si sofferma sulle cerimonie organizzate in occasione delle canonizzazioni del periodo, come quella del 1622 con la quale vennero dichiarati santi Filippo Neri, Ignazio, Francesco Saverio, Isidoro e Teresa d’Avila; infine «Gli ordini religiosi e la devozione popolare», che si concentra soprattutto su oratoriani e gesuiti. «La mostra illustra il profondo mutamento del clima culturale e spirituale che iniziò con Gregorio XIII e finì sostanzialmente con Clemente IX», sottolineano i curatori Maria Grazia Bernardini e Mario Lolli Ghetti. «In questa temperie culturale – proseguono – Roma giocò un ruolo da protagonista, perché tutti i Papi, e in particolare Gregorio XIII e Alessandro VII, si dedicarono alla sua forma, per imprimere al tessuto urbano un significato sacro e fare della Città Eterna la nuova Gerusalemme, centro della cristianità».

Così, nei cento anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, l’Urbe «assunse l’aspetto che ancora oggi ha – spiegano Bernardini e Ghetti – e si realizzarono quei punti nodali di forte impatto visivo e dai vasti significati simbolici come l’obelisco di piazza del Popolo, la via Sistina che collega Trinità dei Monti fino a Santa Maria Maggiore e prosegue poi fino a San Giovanni in Laterano, la Barcaccia di piazza di Spagna, la fontana dei Fiumi di piazza Navona, il colonnato di San Pietro, solo per citarne alcuni». Tutto il linguaggio artistico dell’epoca attraversò «un momento di profonda elaborazione formale e ideologica». Gli interessi culturali del nuovo clima spirituale si concentrarono sulla riscoperta delle origini della Chiesa e della vera storia dei martiri, ai testi classici si sostituirono le fonti storiche, i documenti sulla vita dei primi cristiani, i testi dei grandi mistici del periodo, da san Filippo Neri a santa Teresa d’Avila. «Al David di Michelangelo, che simboleggiava la forza e la virtù civile – puntualizzano i curatori -, si sostituisce il David di Bernini, che vuole alludere al dramma tutto umano dell’angoscia, all’Assuntadi Scipione Pulzone, che rispetta i precetti delle norme tridentine, si sostituisce la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio, una Vergine umanissima che accoglie lo stanco viaggiatore, alle Vergini di Raffaello si sostituiscono le visioni celestiali di Lanfranco». La mostra sarà aperta dal martedì alla domenica, dalle 9 alle 19. Il catalogo è di Gangemi Editore.

20 maggio 2014

Potrebbe piacerti anche