Indicare Cristo: l’ultima lezione di amore e realismo

La scelta del Papa dettata da umiltà e coraggio «per il bene della Chiesa». Lascia il tesoro di una semplicità di vita e di una ricchezza di scritti e discorsi su cui meditare di Angelo Zema

Non c’è dubbio che sia sconvolgente il gesto cui abbiamo assistito lunedì scorso, 11 febbraio. Ci tocca nel profondo e ci lascia attoniti. Uno smarrimento comune. Incomprensibile, la scelta, secondo le logiche «del mondo», secondo le categorie cui eravamo abituati a vedere il ministero di Papa. Ma, crediamo, è proprio al di fuori di queste categorie che si colloca la scelta di Benedetto XVI.

Colpiscono alcune parole, alcune espressioni della «declaratio» con cui, in latino, nella lingua della Chiesa, ha voluto esprimere la sua rinuncia certamente sofferta. «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio…». Se anziché guardare a cosa c’è dietro quella scelta – come i mezzi di comunicazione, in buona parte, si sono impegnati a fare, con ricostruzioni e congetture animate appunto da quel genere così praticato che è la dietrologia – si volesse provare, sia pure con fatica, a guardarvi dentro, già a partire da questa frase sorgerebbero le prime domande nel nostro cuore. Soprattutto in questo tempo di Quaresima.

Parole come «esame di coscienza» sembrano ormai fuori dal vocabolario della vita quotidiana, perfino del credente, e la parola stessa «coscienza» ha assunto altri significati, lontani da quello che la considera come il luogo dove ci si pone in ascolto della voce di un Altro, per diventare la sorgente del destino dell’uomo.

Cruciale il passaggio riferito alla necessità del «vigore» del successore di Pietro «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede». Un riferimento ben preciso che fa pensare al grande realismo alla base di questa scelta. Un’autentica adesione al reale è stata del resto, fin dall’inizio, un tratto tipico dell’insegnamento e della testimonianza di Benedetto XVI, anche attraverso quella ricerca sul Gesù storico cui tanta fatica ha dedicato in questi anni, riuscendo a concluderla durante il suo pontificato. E quest’adesione l’ha vissuta fino in fondo.

Lasciando con umiltà il suo ministero di vescovo di Roma, non lascia però il vuoto ma indica Cristo, e la sua Chiesa. Assicurando che anche per il futuro la servirà «di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera». «Nascosto al mondo», ha ribadito giovedì ai “suoi” preti. Un servizio che rifugge anch’esso dalle consuete categorie del nostro vivere «nel mondo di oggi».

Lontano da tutti, da quella loggia, da quella finestra, da quel sagrato così famosi, «per il bene della Chiesa», come ha detto egli stesso all’udienza di mercoledì. Perché Cristo possa essere annunciato in maniera più efficace come redentore dell’uomo. È lui, Cristo, che dobbiamo servire. Con questo spirito accogliamo la scelta di un Papa che ci lascia il «tesoro» di una semplicità di vita e di una grandezza di scritti e discorsi da meditare.

18 febbraio 2013

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