La legge dei mercati finanziari

La mancanza di regolamentazione di questi circuiti è all’origine di una crisi finanziaria che ha contagiato anche l’economia reale. Il caso italiano, con l’alto rapporto debito-Pil, e la fragilità dell’euro di Fabio Salviato

Molti di voi ricorderanno l’inizio dell’ultima grande crisi finanziaria. Partita dagli Stati Uniti soprattutto in seguito all’esposizione finanziaria di molte banche americane, che hanno sostenuto in maniera eccessiva lo sviluppo dei mercati finanziari, ed in particolare alcuni prodotti, i mutui “subprime”, cioè mutui per l’acquisto della casa erogati dalle banche americane a famiglie che non disponevano di un reddito necessario a pagare le rate del mutuo. Le banche conoscevano bene queste condizioni, ma confidavano nel fatto che il valore immobiliare delle case potesse aumentare, e che quindi la vendita dell’immobile permettesse alle famiglie americane di poter eventualmente rivendere la casa, ottenendo una plusvalenza per ripagare il mutuo.

L’inizio della crisi
La crisi è esplosa anche per l’eccessiva circolazione di prodotti altamente speculativi, derivati, Cdo (obbligazione che ha come garanzia un debito), ecc…, in seguito definiti in maniera più innocente “titoli tossici”. Le banche americane erano esposte in maniera eccessiva, cioè avevano nei loro bilanci investimenti che le avrebbero portate al fallimento, in quanto nel mercato immobiliare l’eccessiva circolazione di prodotti tossici aveva raggiunto livelli non più sostenibili dal mercato finanziario americano.
Le banche americane hanno pensato bene quindi di “mettere” tutti questi prodotti speculativi all’interno di fondi, hanno chiesto ad un’agenzia di rating, spesso compiacente, un “rating” elevato (doppia e tripla A) e poi sono stati capaci di “piazzare” questa enorme massa di “carta con la doppia o tripla A” sui mercati di tutto il mondo. Iniziando un processo di contagio che è ancora in atto.

Il detonatore per l’economia reale
La crisi finanziaria funzionò da detonatore nei confronti dell’economia reale: le banche in difficoltà andavano aiutate, ed allora le autorità sovranazionali e le istituzioni preposte pensarono bene di farlo emettendo quasi 5 mila miliardi di dollari per salvare soprattutto banche americane ed inglesi, sull’orlo del fallimento. Una banca venne fatta fallire, per dare il buon esempio ai mercati, la “Lehman Brothers”, ma salvarono tutte le altre concedendo finanziamenti a tassi vicini all’1%.
Purtroppo le autorità preposte fecero un errore piuttosto grave: nel “processo di salvataggio” delle banche non posero condizioni (per esempio, con quel denaro finanziare l’economia reale), e quindi molti manager e finanzieri, spinti dal mercato, ricominciarono ad investire nei mercati finanziari e speculativi cercando di massimizzare i profitti e gli investimenti, come avevano sempre fatto.

L’assenza di una regolamentazione dei mercati
Dal 2008 ad oggi gli stati sovrani e gli enti preposti non posero grosse resistenze, neppure il mondo politico lo fece, anche se più volte in vari incontri dei G8 e G20, veniva posto all’ordine del giorno la definizione di un sistema di regolamentazione dei mercati finanziari. La mancanza di regolamentazione proprio di questi mercati, della “volontà dei mercati”, che attualmente viene invocata ogni giorno, è all’origine di una crisi finanziaria che ha contagiato anche l’economia reale.
In poco tempo le banche, anche quelle salvate, sono state messe sotto pressione, e hanno risposto razionando il credito alle imprese, e i mercati si sono ora concentrati nei confronti del debito emesso dagli Stati: titoli di stato greci, irlandesi, spagnoli, italiani sono stati messi sotto pressione, proprio da quei soggetti (che spesso si riuniscono settimanalmente a Londra o a New York) che avevano provocato la crisi finanziaria del 2008. Ora i ruoli sembrano essersi capovolti, e questi rappresentano la “legge del mercato” e in questo periodo han preso di mira i titoli obbligazionari emessi dagli Stati.

La delicata situazione italiana
Il rapporto tra l’indebitamento (in titoli emessi dallo Stato Italiano: Bot, Cct, Btp, ecc..) ed il Pil (Prodotto Interno Lordo italiano, cioè l’insieme di tutta la ricchezza di prodotti e servizi prodotta in un anno da imprese e famiglie Italiane) è del 120%, cioè lo stato italiano ha emesso debito per un valore più alto del Pil nazionale, per circa 1.900 miliardi di Euro. Ma attenzione, è da circa una ventina di anni che questo rapporto è sostanzialmente stabile a questo livello (con qualche rara eccezione: durante il primo governo Prodi, questo rapporto era sceso al 109%), insomma sostanzialmente un rapporto comunque elevato che necessita di essere riequilibrato.

Il rapporto debito-Pil
Ora sembra che “la legge dei mercati” ritenga che questo rapporto sia insostenibile, e quindi sia necessario mettere mano a provvedimenti urgenti per cercare di diminuire questo indebitamento. Qualcuno potrà dire che già lo sapevamo e che era da molto tempo che si cercava di farlo, ma ora “i mercati”, questa entità virtuale, hanno decretato che è arrivato il momento di “stringere la cinghia e di fare sacrifici”. Molto strano questo “mercato”, guarda caso lo stesso che ci aveva riempito e contagiato di titoli tossici, che ha fatto fallire centinaia di migliaia di imprese in tutto il mondo, ora si vuole quasi prendere la “rivincita”. Addirittura le stesse banche che nel 2008 erano sull’orlo del fallimento ora sono lì a tuonare, sostenendo che l’Italia debba fare la propria parte, altrimenti rischia il default, il fallimento del Paese.
Nel caso italiano si tratta di un debito contratto per il 50% con imprese e famiglie italiane, quella italiana è un’economia in difficoltà, ma che rappresenta comunque la seconda economia per esportazione in Europa, dopo la Germania. Le famiglie italiane inoltre sono tra le più virtuose al mondo e riescono ancora ad avere in generale risparmi elevati, e l’80% degli italiani è proprietario della propria casa.

Gli Stati Uniti, Paese più indebitato
Insomma una economia, seppure in difficoltà, con tassi di disoccupazione, soprattutto nei confronti dei giovani, piuttosto elevati, assolutamente da non confrontare con la Grecia, con l’Irlanda, con la Spagna, ma consentitemi neppure con la grande America. Facendo le debite proporzioni gli Stati Uniti sono il Paese più indebitato del mondo, le famiglie americane presentano un reddito negativo, cioè non riescono a risparmiare, ma al contrario sono indebitate con il sistema bancario, hanno un tasso di disoccupazione “truccato”, perché inseriscono, tra l’altro, tra gli occupati anche la popolazione carceraria, o una singola persona che durante un anno ha lavorato 1 giorno solo, e va tenuto presente che la Cina che detiene il 25% del debito pubblico americano. Insomma, non credo proprio che possano dare lezioni a nessuno.

La fragilità dell’euro
Indubbiamente quello che sta avvenendo è più un attacco nei confronti dell’Euro, che si presenta in tutta la sua fragilità, in quanto la Banca Centrale Europea purtroppo non dispone degli stessi strumenti di difesa della Federal Reserve americana, non può emettere titoli di Stato europei, non ha una politica fiscale coordinata, e soprattutto una politica europea coesa.
Non solo, ma come spesso ho affermato, mancano regole, servono regole che possano disciplinare i mercati finanziari. Stranamente il movimento di protesta che si sta sviluppando in tutto il mondo è un movimento che chiede regole ai mercati finanziari, chiede che le banche possano ritornare a concedere credito e quindi a dare fiducia alle imprese, chiede maggiore trasparenza, soprattutto nei mercati finanziari, chiede l’introduzione di una piccola tassa per le transazioni finanziarie, quindi fa proposte, che però non piacciono “al mercato”.

Investire sul futuro
E allora cosa dovremmo fare, tra le altre cose, per uscire da questa crisi? Cominciare ad ascoltare meno “il mercato” ed ascoltare di più la gente, le famiglie che faticano ad arrivare alla fine del mese, le fasce di reddito medio-basse che si trovano in difficoltà. Dovremmo investire sul futuro dei ragazzi e dei nostri figli, sull’innovazione e sulla ricerca, dovremmo capire che in questo periodo di crisi esistono bacini, miniere di nuova occupazione che richiedono una classe dirigente di imprenditori e di politici capace di saper interpretare l’innovazione e possibilmente che cerchi di farci uscire da questa crisi globale.
Non facciamoci prendere dalla facile tentazione di continuare a “punire” le fasce deboli, gli ultimi, gli anziani, per accontentare la legge del mercato. Per farlo servono anche persone capaci di avere visione in un futuro che dovrà essere per forza di cose diverso rispetto a quello che abbiamo di fronte.
Lancio quindi questo appello a tutte quelle persone di buona volontà affinché possano contribuire al cambiamento, senza pensare ogni giorno alla legge del mercato, ma rimettendo finalmente al centro la persona e cercando di costruire risposte concrete rispetto ai bisogni di cittadini che chiedono di poter vivere una vita sobria e dignitosa.

5 dicembre 2011

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