La Lettera ai Romani

di Andrea Lonardo

La Lettera di Paolo apostolo ai Romani contiene 7.101 parole. Nessun’altra lettera antica regge al suo confronto, almeno quanto ad ampiezza. Già questo fatto dice, da solo, l’importanza di questo scritto.

Una caratteristica di Romani, che la differenzia da altre lettere pagane a lei contemporanee, è quella di essere inviata per essere letta da una comunità. Al di fuori delle lettere neotestamentarie si conoscono lettere inviate a singoli (lettere familiari, di amore o di affari) o anche trattati in forma di lettera (come, ad esempio, le lettere di Seneca a Lucilio) composti da lettere che non sono state realmente inviate l’una dopo l’altra al destinatario. Questi ultimi sono così piuttosto degli scritti nei quali ogni lettera corrisponde ad un capitolo scritto a tavolino e destinato al pubblico più ampio dei lettori del tempo.

Paolo scrive, invece, a un’intera comunità, sapendo che la sua lettera sarà letta in uno o più incontri che vedranno radunati i cristiani di Roma. La lettera è così, per lui, uno strumento ecclesiale. Manifesta che la fede è personale, ma, al contempo, ha una dimensione comunitaria che vede coinvolta l’intera chiesa.

La Lettera ai Romani fu scritta su papiro o su pergamena e fu ovviamente recata a mano fin nella capitale dell’impero e poi letta ad alta voce. Nella seconda lettera di Giovanni (2 Gv 12) si parla del papiro come materiale scrittorio, mentre nella seconda Lettera a Timoteo si accenna alla pergamena (2Tm 4,13), la pelle conciata di animale utilizzata come supporto scrittorio – il termine pergamena proviene dall’antica città di Pergamo, famosa per le sue botteghe che producevano il prezioso materiale.

Romani, per quanto sia un testo diretto dall’apostolo ad una specifica chiesa, si presenta sotto la forma di un’esposizione sintetica e sistematica. Paolo non è pressato da urgenze immediate, come in altre lettere. Conosce solo alcuni cristiani della chiesa di Roma, ma vuole rivolgersi a tutti gli altri che ancora non lo conoscono

Romano Penna ha scritto, sottolineando la specificità della Lettera ai Romani: «Essa si avvicina al genere che oggi chiameremmo un saggio. È come se Paolo, al punto in cui si trova della sua vita, volesse – una volta per tutte – chiarire anche a se stesso che cosa significa in definitiva ciò che da anni andava annunciando in giro per il mondo».

Questo scritto manifesta così ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che la teologia non è puramente narrativa, ma ha bisogno anche di uno sguardo sintetico che solo una riflessione sistematica può dare (così come necessita ulteriormente degli inni e delle professioni di fede, dei proverbi e delle liriche poetiche, ecc.). La teologia non nasce dopo il Nuovo Testamento, ma è presente in esso: Paolo, in Romani, vuole mettere il luce la realtà dell’uomo e della sua condizione di peccato, così come la verità di Dio e del suo disegno di misericordia realizzatosi nel Cristo.

Un passaggio del “Direttorio generale per la catechesi”, il documento di riferimento per la catechesi elaborato durante il pontificato di Giovanni Paolo II, così si esprime a riguardo della necessità di quello sguardo sintetico che l’annuncio della fede deve proporre e che l’uomo stesso esige per comprendere cosa siano la vita ed il vangelo: «La catechesi trasmette il contenuto della Parola di Dio secondo le due modalità con cui la Chiesa lo possiede, lo interiorizza e lo vive: come narrazione della Storia della Salvezza e come esplicitazione del Simbolo della fede» (DGC 128).

È maestro, in questo, Paolo, che avvertì l’esigenza, per sé e per gli altri, di esplicitare quale visione dell’uomo e del male, di Dio e della sua salvezza fosse presente nella fede che il Risorto sulla via di Damasco gli aveva rivelato.

18 novembre 2008

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