«La vicinanza con Wojtyla: una grazia e un dono»

Il cardinale Leonardo Sandri racconta il suo rapporto con Giovanni Paolo II, di cui annunciò la morte al mondo il 2 aprile 2005. «Fu aggrappato per tutta la vita alla croce di Gesù» di Angelo Zema

«La vicinanza con Giovanni Paolo II ha rappresentato certamente un dono e una grazia immeritata»: a sottolinearlo è il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, che racconta a Roma Sette alcuni particolari poco conosciuti del pontificato di Papa Wojtyla e alcuni segni della sua presenza viva, a nove anni dalla morte e a pochi giorni dalla canonizzazione.

Eminenza, sono passati nove anni da quel 2 aprile 2005 quando lei, alle 21.37, annunciò che «il nostro amato Papa Giovanni Paolo II» era tornato alla casa del Padre. Prova ancora emozione, ripensando a quei momenti? Quanto fu difficile quell’annuncio?
Fui chiamato dal Segretario del Papa, all’appartamento pontificio e lì potei vedere quell’uomo, credente e Pastore, che non solo durante le celebrazioni tenendo in mano il pastorale, ma con tutta la sua vita era rimasto aggrappato alla Croce di Gesù, ora proprio come il Signore sul Calvario aveva pronunciato le ultime parole: «Padre mio, nelle tue mani affido il mio spirito». Colui che come Successore di Pietro aveva resistito fino all’estremo per annunciare il Nome di Cristo, ora si era arreso all’abbraccio della Divina Misericordia.

Lei è stato uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Paolo II, proprio negli anni della sua fragilità e malattia. Che cosa ha rappresentato per Lei quella vicinanza?
Un dono e un mistero. Prendo a prestito il titolo del libro scritto proprio dal Santo Pontefice per rispondere alla sua domanda. La vicinanza ha rappresentato certamente un dono e una grazia immeritata, per la quale sono riconoscente e ripeto le parole del centurione a Gesù: «Oh Signore, non sono degno!». Un mistero, perché a ben guardare l’intero pontificato è stato costellato dal mistero del dolore, a cominciare dall’attentato del maggio 1981, via via sino all’ultimo Angelus, quello della Domenica delle Palme, quando il Santo Padre volle benedire i fedeli riuniti in piazza, ma in modo silenzioso, perché la voce gli mancò. Ebbene, in questo avanzare delle tappe nella personale Via Crucis, mi sembrava che si rendessero visibili e sperimentabili le parole di san Paolo: «Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Giovanni Paolo II è stato spesso ricordato come uomo di preghiera. Essendo stato accanto a lui anche negli ultimi giorni della sua vita, come può raccontare questa che per lui era una priorità?
Fra tanti altri particolari che forse sono già noti, a me piace rammentare ciò che mette in luce il legame tra la preghiera e la vita: Giovanni Paolo II teneva con sé alcuni fascicoli relativi a questioni più delicate e gravi decisioni, e li portava in cappella, ritirandosi in preghiera. La decisione ultima era presa dopo un tempo non solo di riflessione ma soprattutto di affidamento, perché, come recita una preghiera, ogni nostro atto «abbia in Dio il suo inizio e in Lui il suo compimento».

Tanti segni nel mondo attestano che Giovanni Paolo II è una presenza viva, a nove anni dalla sua morte. Ci sono delle testimonianze, delle iniziative, dei segni che le confermano questa «presenza»?
Sarebbero molte le situazioni di cui riferire, ma preferisco raccontare di alcune, forse più sconosciute. La prima nello stato del Kerala, in India, ove l’arcivescovo maggiore della Chiesa siro-malankarese nel 2011 ha dedicato la cappella di un centro di riabilitazione psichiatrica a Snehaveedu ai beati Giovanni Paolo II e Teresa di Calcutta. Il segno è piccolo, ma tutti abbiamo in mente l’immagine della grande «piccola suora» che accompagna tenendo per mano il Pontefice fra i moribondi e gli ammalati. Ebbene, questa cappella dedicata a entrambi, proprio in India, ci dice che insieme continuano a «metterci fretta» nel servizio dei poveri e dei sofferenti, come ci ricorda spesso anche Papa Francesco. Il secondo mette in luce lo spirito ecumenico del Papa polacco: nella sede di Caritas Georgia, a Tbilisi, ove molteplici sono le attività a servizio delle famiglie e dei bisognosi, è stata costruita una piccola chiesa ortodossa perché la maggior parte degli assistiti appartengono a questa Chiesa sorella, assolutamente maggioritaria nel Paese caucasico. E questo è avvenuto, come auspicio di dialogo e di riconciliazione, a partire da un’indicazione espressa dal Papa al termine della visita nel 1999, quando abbracciò il Patriarca Ilia II. Rimanendo nella medesima area geografica, mi sposto col cuore e col pensiero in Armenia, a 2.700 metri sul livello del mare, ove sorge l’ospedale di Ashotz, donato dal Santo Padre tramite la Cei e la Caritas dopo il terribile terremoto del 1988. Sono stato a presiedere le celebrazioni per il ventesimo anniversario della struttura, che da tutti è conosciuta con il nome «Ospedale del Papa», potremmo aggiungere ora «del Papa Santo!». Mi piace ricordarlo anche come segno di riconoscenza anche per i vescovi italiani che annualmente hanno sinora garantito la quota necessaria per il suo mantenimento.

Nel suo lavoro di prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, in un tempo che presenta tante difficoltà per i cristiani d’Oriente, come sperimenta l’eredità dell’impegno di Giovanni Paolo II per questa peculiare realtà?
Se facciamo scorrere i suoi interventi, notiamo che un posto importante è sempre stato riservato alla difesa della libertà religiosa, principio presente nella dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il Papa l’ha proclamata non solo per i cristiani ma per tutti, proprio perché ritenuto primo e fondamentale tra i diritti della persona umana e derivante dalla sua peculiare dignità. Sappiamo bene nell’oggi, in particolare nel Vicino e Medio Oriente, ove vivono molte delle Chiese Orientali Cattoliche, quanto questo diritto sia insidiato, se non apertamente negato. È forse meno noto che si deve al pontefice la promulgazione del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, nel 1990. Attraverso questo prezioso strumento, frutto di decenni di lavoro, si reggono le Chiese Orientali nella madrepatria come nella cosiddetta diaspora. Nel testo è ben riconosciuto nell’ambito della Chiesa cattolica il principio della sinodalità, con le sue potenzialità e sfide. Cito soltanto poi la splendida lettera apostolica Orientale Lumen, la proclamazione a compatroni d’Europa dei Santi Cirillo e Metodio, e la diffusione dell’espressione: «La Chiesa respira a due polmoni, quello occidentale e quello orientale».

E del magistero di Giovanni Paolo II, così ricco da toccare tutti gli ambiti dell’esistenza umana, cosa pensa debba risaltare innanzitutto? Quale consegna affida alla Chiesa la canonizzazione di Giovanni Paolo II? In un tempo in cui Papa Francesco dimostra una chiara attenzione verso i non credenti, può rappresentare un segno anche per chi non crede nel Dio di Gesù Cristo?
Penso che sia utile per tutti riandare al testo programmatico del Pontificato, l’enciclica Redemptor hominis. È quella a mio avviso la chiave di lettura di ogni altro intervento e scelta successiva. Essa, semplicemente, rimette al centro l’uomo, nella sua singolarissima dignità, ma lo fa a partire da Cristo. Nell’omelia di inizio pontificato aveva invitato a «non avere paura di far entrare Cristo» e aveva concluso «perché Egli sa quello che c’è in ogni uomo». Questi è «la via della Chiesa» e possiamo dire che il Papa, appoggiandosi alla Croce, ha mosso la Chiesa ad andare verso ogni uomo, nei solchi indicati dal Concilio ecumenico Vaticano II. Su queste strade ha continuato Benedetto, che con il suo luminoso insegnamento ha saputo coinvolgere anche pensatori laici e non credenti che hanno colto il suo invito ad «allargare i limiti della ragione», e ora continua Francesco, che è pervaso dallo zelo apostolico di portare il Vangelo della Misericordia di Dio ad ogni uomo.

15 aprile 2014

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