L’arrivo di van Hoecke all’Opera

Intervista al coreografo e nuovo direttore del Corpo di Ballo del Teatro: «Purtroppo oggi si tende ad abbandonare la spiritualità ed è il sociale che entra sul palcoscenico della danza» di Toni Colotta

Micha van Hoecke, di padre belga e madre russa, coreografo fantasioso, a volte naïf, nomade di successo fra palcoscenici prestigiosi con un suo gruppo, l’Ensemble, si è da poco «accasato»: a Roma, al Teatro dell’Opera, è il nuovo direttore del Corpo di Ballo, nel ruolo ricoperto per anni con onore da Carla Fracci. L’approdo romano di Micha avviene in un clima di polemiche per il mancato arrivo di Riccardo Muti come direttore musicale ma ugualmente «presente». Van Hoecke non si schermisce, nella conversazione che abbiamo avuto con lui: «Non ho dubbi sull’impegno del Maestro per il Teatro dell’Opera e non ho elementi per affermare che assumerà la carica di direttore musicale. Quel che mi auguro con tutto il cuore è che Muti abbia questo come suo teatro. Lo farebbe, so bene, per necessità artistica e anche per un segno che vuole dare al suo Paese al di là di ogni provincialismo: uno stimolo per la cultura, un segnale per i giovani, per il futuro, a tutela della tradizione ma nello stesso tempo anche in difesa della possibilità di nuove “aperture”».

È stato un passaggio dolce quello tra Carla Fracci e lei? Si è mormorato di tensioni.
La Fracci ed io abbiamo lavorato insieme più volte, anche recentemente. La mia stima per lei è sempre profonda, ed io non ho lottato, certo, per prenderne il posto. Pubblicamente mi sono complimentato per l’ottimo livello a cui ha portato danzatrici e danzatori. Mi dispiace se le ho procurato disagio. Forse era destino che dovessi venire all’Opera di Roma. Sono qui per servire il Teatro.

Nella stagione di balletti annunciata per il 2010-11, con gli omaggi ai suoi maestri Petit e Béjart, la danza contemporanea e “La bayadère”, non ci sono sue coreografie.
Un gesto di delicatezza. Non è la mia compagnia ed io non sono un chirurgo che fa operazioni in qualsiasi clinica. Sono qui per dirigere e conservare il Corpo di ballo nella miglior forma possibile. Quando il Teatro sentirà la necessità di avvalersi della mia collaborazione come coreografo e regista, lo farò.

Potremo rivedere un’altra sua coreografia su temi religiosi?
Mi apre il cuore. Qui a Roma non c’è chiesa in cui non entri per colpire quel silenzio che mi deve dare una risposta. In chiesa vado a cercare Dio, in teatro vado a cercare me stesso, nel senso che l’una e l’altro sono luoghi sacri. Purtroppo oggi si tende ad abbandonare la spiritualità ed è il sociale che entra sul palcoscenico della danza. Si sta perdendo la trascendenza, il senso della dimensione interiore.

8 novembre 2010

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