Lavia e le “Memorie” di Fëdor Dostoevskij

All’India fino al 18, parte di un’opera composita dedicata al sottosuolo, anticipazione dell’inconscio scavato da Freud di Toni Colotta

Fëdor Dostoevskij vive nelle pagine dei suoi romanzi, è lui stesso fra i personaggi di una fantasia che si nutriva di realtà. Per questo il teatro da sempre attinge a quelle pagine per costruire personaggi della scena, in carne e ossa. Ne deriva un Dostoevskij diverso, diretto, privo del retroterra raziocinante; ma nelle mani di adattatori-registi imbevuti della sua forza evocativa, può ancora comunicarci i meandri della psiche.

Gabriele Lavia (nella foto) è uno di questi, oltre che attore-interprete in senso profondo, ossia portatore di una propria complicità con lo scrittore, quindi di una lettura personale. “Memorie del sottosuolo”, che rappresenta all’India fino al 18, è tratto dal lungo racconto con lo stesso titolo, parte di un’opera composita dedicata appunto al sottosuolo, rifugio metaforico dei «rifiutati», e anticipazione dell’inconscio scavato da Freud. Il protagonista monologa anche nel suo rapporto con due interlocutori, una prostituta e il maggiordomo: è un emarginato, ma non si rassegna, processa il mondo «di sopra» passando da un ambiente all’altro del «sottosuolo» invaso da una vischiosa «neve fradicia». Lavia, con forza tragicomica, fa intravedere la redenzione.

11 giugno 2006

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