“L’elisir d’amore”, tra un sorriso e una “furtiva lagrima”
Il regista napoletano Ruggero Cappuccio racconta la sua visione e il suo allestimento del capolavoro donizettiano all’Opera di Roma. «È musica sospesa, onirica, che sembra giocare». «Ho creato un mondo di funambolismi e di equilibrismi» di Francesco d’Alfonso
Saimir Pirgu e il suo Nemorino di Francesco d’Alfonso
Scritta in soli quattordici giorni e rappresentata per la prima volta al Teatro della Cannobiana nel 1832, “L’elisir d’amore” rappresenta un gioiello dell’opera romantica nato dall’incontro felicissimo tra Gaetano Donizetti e il poeta Felice Romani. Dal 4 al 18 febbraio, il capolavoro del Bergamasco andrà in scena al Teatro dell’Opera diretto da Bruno Campanella, con protagonisti Saimir Pirgu, Adriana Krucerová, Fabio M. Capitanucci, Alex Esposito. La regia di questo nuovo allestimento è di Ruggero Cappuccio, narratore, regista e autore di prosa. Al suo debutto all’Opera di Roma, ma veterano della lirica, il regista napoletano ci racconta la sua visione di questo «melodramma giocoso».

«Il teatro rappresenta l’ingresso d’una fattoria», dice la didascalia iniziale del libretto di Felice Romani a “L’elisir d’amore” di Donizetti. Qual è l’ambientazione del suo Elisir?
Nell’immaginario collettivo “L’elisir d’amore” è legato al mondo bucolico, alla campagna, in cui si è andati sempre alla ricerca di un’addizione di segni: balle di fieno, ceste di vimini, forconi. Guardando alcuni allestimenti dell’opera donizettiana, si ha quasi la sensazione che siano stati aperti i depositi dei teatri. La storia della messinscena lirica in Italia è afflitta da un doppio manierismo: da una parte seguire la tradizione, d’altra parte tradire ad ogni costo la tradizione stessa. Io credo che la messinscena della musica di Donizetti meriti molto di più di un certo tipo di verismo, perché in quest’opera sono stati introdotti degli elementi di svolta.
Il più significativo tra essi?
Direi la convivenza, la simbiosi, anzi l’equilibrio tra il registro buffo e il registro melanconico, larmoyant. Tentativo questo che sarà ripetuto – e con grande successo – in tutto il teatro di prosa degli autori napoletani del ‘900: le opere di Eduardo De Filippo, ad esempio, provocano puntualmente un sorriso ma anche un moto di commozione.
In che modo può essere messa in scena questa fusione?
Di fronte a un’opera come “L’elisir”, rappresentare il buffo con la grevità realistica di cui oggi disporremmo, sarebbe come girare un film di Totò senza Totò: un tentativo sconfitto in partenza sul fronte della comicità. Siccome quella de “L’elisir” è musica sospesa, onirica, che sembra giocare quando cerca il comico, ho immaginato un luogo sospeso, in cui questo gioco è perfettamente dichiarato. Non c’è nessuna pretesa di realismo: stiamo solo giocando a dirvi che stiamo giocando. Ho pensato, quindi, a uno spazio bianco, mutevole, in cui si inseriscono, di volta in volta, molti cromatismi. Il mondo bucolico è solo citato. È ricreato piuttosto un mondo di funambolismi, di illusionismi, di equilibrismi, un mondo di giocoleria, potremmo dire.
Qual è il cuore de “L’elisir d’amore”?
Il cuore sta nel solito terzetto in conflitto: un uomo è innamorato di una donna e fra essi esiste un ostacolo. In questo caso l’ostacolo è creato da Adina che, quando canta «Per guarir di tal pazzia», mette in scena il suo manifesto psicologico. Quest’opera ci dice che l’amore non è in ciò che otteniamo, ma è in ciò che ci manca. L’amore è nella tensione e nel desiderio, non nell’ottenimento dell’oggetto amoroso. Del resto, il contesto artistico è già pienamente romantico quando, nel 1832, l’opera debutta a Milano: l’anno prima Stendhal aveva pubblicato “Il rosso e il nero”, Byron aveva già dato fuoco a tutta la sua più straordinaria produzione, venti anni prima erano uscite “Le affinità elettive” di Goethe, Leopardi morirà cinque anni dopo.
Veniamo ai personaggi dell’opera. Chi è Nemorino?
È ragazzo mediterraneo, ingenuo ma non stupido. In lui si fa strada l’ingenuità d’amore, non quella dello stolto.
Adina?
È la metteure en scene di se stessa e del mondo che la circonda, è la regista delle sue passioni.
Dulcamara?
È un illusionista cosciente: sa che tutto quello che fa ha un “effetto placebo”, ma sa anche che alcune volte gli “effetti placebo” scatenano delle strane circostanze interiori negli esseri umani.
Belcore?
Belcore vive a cavallo tra due generi letterari ed è perfettamente a disagio in tutti e due: non è più un personaggio da opera buffa e non è ancora un personaggio da melodramma.
(Le foto di scena sono di C. M. Falsini)
4 febbraio 2011