Leo Nucci: un gentiluomo della lirica tra il palcoscenico e la vita

Alla vigilia del debutto al Teatro dell’Opera del “Nabucco”, il baritono Leo Nucci racconta l’opera verdiana di cui è acclamato interprete e la sua longeva carriera di cantante di Francesco d’Alfonso

Massimo Mila scriveva che il “Nabucco” «non è dramma di personaggi, bensì uno statico affresco corale». Lei come vede quest’opera?
Tutte le opere di Verdi sono degli affreschi, tant’è che riescono ad essere meravigliose anche quando sono eseguite in forma di concerto. Quello che a me impressiona di quest’opera è l’immaginare la prima esecuzione, il 9 marzo 1842: aperto il sipario, il pubblico della Scala ha sentito ciò che mai aveva sentito prima. Nonostante io abbia cantato “Nabucco” più di 200 volte, ad ogni recita mi commuovo. Nabucco è un personaggio modernissimo, all’avanguardia. Ed è un personaggio combattuto, come tutti i ruoli baritonali di Verdi. Al contrario del coro, che certamente canta delle bellissime pagine, fa un percorso di vita, ha un destino. È Nabucco che viene colpito dal fulmine, non il coro: da lì inizia un cammino di riflessione, di “redenzione”.

Come si evolve la psicologia del re babilonese?
È costretto ad umiliarsi di fronte alla figlia bastarda e a tutti gli altri; prigioniero, dice «Dio degli ebrei, perdono» e « i miei riti struggerò». A quel punto, da metà della preghiera – non dell’aria, della preghiera – cambia la ritmica: «Tu m’ascolti… Già dell’empio rischiarata è l’egra mente». È come il cammino nel deserto del popolo d’Israele, per 40 anni, dopo la schiavitù egiziana. Quella di Nabucco è una riflessione sulla vita: per questo il personaggio è immenso.

Come sarà il Nabucco di Nucci diretto da Muti?
Fare il Nabucco col maestro Muti era un mio sogno, che finalmente si realizza. Questo è il punto della nuova produzione del Teatro dell’Opera. Io ho già fatto Nabucco a Roma, ma oggi è un rivedere tutto. Siamo ad una età, il maestro Muti e io, in cui rileggere e approfondire diventa il vero piacere. Oggi non è più questione di eseguire l’opera in un modo o nell’altro, per noi la cosa più importante sono state le prove in sala. Una grande soddisfazione. Mi auguro che in una occasione così importante, non si dia spazio a polemiche inutili. Nell’opera non esistono solo gli acuti. Quando ci si aspetta questo, non scade il nostro lavoro, scade il pensiero di chi ascolta.

Quanto la musica di Verdi è stata importante per il Risorgimento?
L’“epigrafe” che Gabriele d’Annunzio ha scritto per Giuseppe Verdi dice: «Egli trasse i suoi cori dall’imo gorgo dell’ansante folla. Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti». Non c’è dubbio che Verdi abbia dato un contributo importantissimo al Risorgimento italiano. A quei tempi non c’erano la radio e la televisione, e i giornali erano letti solo dai pochi intellettuali. Il veicolo culturale italiano era l’opera.

Che futuro ha la lirica in Italia?
Non faccio profezie. È certamente un momento di difficoltà e si corre il rischio di un collasso. Credo che vadano ripensate tante cose, anche da parte di noi cantanti. Si dice che bisognerebbe insegnare di più la musica nelle scuole: credo che sia più importante portare i bambini a teatro. Io sponsorizzo da due anni una manifestazione a Parma, “Il gioco dell’opera”, in cui i bambini sotto i cinque anni assistono ad un opera. È meraviglioso vederli incantati davanti al palcoscenico. Così come sono meravigliose, a Londra, le recite per i giovani: vengono tolte le poltrone dalla platea e tutti si siedono per terra. Davvero emozionante.

Di Leo Nucci è stato scritto: «Non avrai altro Rigoletto all’infuori di me». Il suo nome è legato al gobbo protagonista dell’opera verdiana, di cui è stato interprete per 450 recite…
Quattrocentocinquantacinque recite ufficiali, quelle cioè “incoronate” dal cartellone. Senza contare le prove generali, dove mi è capitato sovente di fare i bis!

“Rigoletto” a parte, qual è il suo rapporto con la musica di Verdi?
La risposta si esaurisce facilmente: da tre anni non canto altro che Verdi. Ho cantato 72 ruoli nella mia attività, ma ultimamente ho deciso di dedicarmi solo a Verdi. Cantare le sue opere è una disciplina, poi ne condivido i valori, che sono i veri valori della vita.

Quale ruolo ha amato di più?
Quello che ho cantato. Ho amato molto Figaro, anche se ora non lo sento più, Rigoletto, Nabucco, Simone, Francesco Foscari, Germont, Miller padre.

Quale ruolo non ha mai fatto e avrebbe voluto fare?
Violetta, il più grande personaggio che esista nel melodramma. Mi è dispiaciuto non poter cantare Hamlet di Thomas.

Può tracciare un bilancio della sua carriera?
Quarantaquattro anni di carriera, dal debutto a Spoleto nel 1967 in “Barbiere di Siviglia”…Io sono un credente e guardo alla mia storia con gli occhi del credente: chi ha avuto più gioie di quante ne ho avute io? La famiglia innanzitutto. La storia che ho avuto nel mio lavoro – non mi piace parlare di carriera, ma di storia. Non sono un cantante famoso, perché famosi sono i cantanti che appaiono sulle riviste patinate che si trovano dal parrucchiere; sono forse però il cantante più celebre oggi. È stato impressionante vedere a Tokyo o a Pechino migliaia di persone che, alla fine dei miei concerti, in piedi urlavano il mio nome; è imbarazzante il modo in cui mi trattano i colleghi più giovani. Ho avuto davvero tutto dalla vita, e per questo ringrazio sempre Dio. Dopo quasi tremila recite fatte, le cose adesso cambiano un po’: sono nonno di due bambine e voglio dedicarmi di più a loro. Ho 69 anni: tutto sommato un po’ di riposo non mi farebbe male!

11 marzo 2011

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