Gangor, una donna nell’India di oggi

Dal racconto “Dietro il corsetto” di Mahasweta Devi, il film di Italo Spinelli sulle disuguaglianze di genere nel Paese asiatico e sulle responsabilità di chi opera nell’informazione di Massimo Giraldi

Tra i molti in uscita in questo fine settimana, un film merita segnalazione per la sua storia realizzativa. Si tratta di “Gangor”, interessante per alcuni, precisi motivi. Si tratta in primo luogo di una coproduzione tra Italia e India. È quest’ultimo un Paese di vastissime dimensioni, con oltre un miliardo di abitanti e con una realizzazione annuale di film che è la più alta del mondo (oltre mille). Pur coprendo zone geografiche lontanissime, in India il cinema riscuote grande successo, ponendo in primo piano commedia e musical. L’approccio con argomenti più problematici è meno frequente, ma la sensibilità verso settori delicati della contemporaneità è spiccata.

Lo dimostra questo “Gangor”. È la storia del fotoreporter Upin, inviato nel Bengala occidentale per un reportage sullo sfruttamento e la violenza subita dalle donne tribali. Arrivato a Purulia, mentre fotografa un gruppo di indigene al lavoro, Upin mette a fuoco Gangor, una donna intenta ad allattare il suo bambino. Ne resta turbato, e la foto che scatta viene pubblicata in prima pagina sul giornale. Ne nasce un immediato scandalo e la vita della donna cambia. Apprese queste notizie, Upin, che era tornato a Calcutta dalla moglie, raggiunge di nuovo Purulia e si accorge che Gangor è diventata agli occhi di quella comunità una sorta di prostituta e che il futuro è per lei molto difficile. Diventa allora necessario suscitare la mobilitazione di tutte le donne del luogo per sperare in qualche cambiamento.

Il regista Italo Spinelli viene da una lunga attività di documentari e reportage in varie parti del mondo, con un’attenzione negli ultimi anni rivolta da vicino verso l’India. Di recente ha incrociato il racconto “Dietro il corsetto” di Mahasweta Devi, sul rapporto tra potere dell’informazione e responsabilità di chi opera nel giornalismo. Da qui parte il copione, che colloca un tema universale sullo sfondo di una società complessa come quella indiana. Girata nei luoghi autentici (Purulia è a sette ore di macchina da Calcutta, «la popolazione di questa area – ricorda Spinelli – è composta da alcune delle più antiche etnie tribali diventate oggi forza lavoro itinerante»), la storia entra nei gangli scoperti di una cultura lacerata dallo scontro tra modernità e tradizione.

Lo sguardo del regista mette a fuoco forme di una violenza sulle donne legata a stereotipi ed esclusioni sociali, ma sembra rimanere al di qua di un incisivo impeto di denuncia. Il ritmo poco graffiante e il tono narrativo convenzionale tolgono originalità al racconto. Tuttavia il film conserva una sicura valenza informativa e offre materia per riflettere.

14 marzo 2011

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