L’industria: ripensare lo sviluppo

Attilio Tranquilli, vice presidente di Unindustria Roma e Lazio, fa il punto sullo stato di salute delle aziende nella regione: «Dobbiamo ripensare al ruolo delle imprese nella società» di Graziella Melina

L’economia del Lazio, che è rappresentata per oltre il 90% da piccole e medie imprese che hanno meno di dieci dipendenti, ormai «è in grandissima difficoltà: ferma da tanti anni, non cresce, non si sviluppa». Attilio Tranquilli, vice presidente di Unindustria Roma-Lazio, di Confindustria, lo premette subito: «Le nostre città erano state più fortunate di altre parti dell’Italia, crescendo più velocemente e decrescendo meno velocemente. Oggi, dopo tanto tempo, cominciamo a segnare il passo anche noi. Ho la sensazione che dobbiamo ripensare un modello di sviluppo, i grandi investimenti della città e il ruolo dell’impresa nella società».

Secondo l’Osservatorio di Cerved Group tra aprile e giugno ci sono stati in Italia circa 3.400 fallimenti. Qual è lo stato di salute delle aziende nel Lazio?
La chiusura, le ristrutturazioni di grandi e piccole imprese sono quotidiane e stanno creando un problema non solo di qualità ma anche di quantità di disoccupati. Nel passato avevamo assistito alle grandi ristrutturazioni delle grandi imprese che mettevano numeri importanti di lavoratori in mobilità o cassa integrazione, ma che con la stessa facilità ripartendo potevano riassorbire. Oggi la cosa preoccupante è che la disoccupazione comincia a venire dalle piccole imprese, ed è quindi molto più difficile da far riassorbire: primo perché non si vedono grandi progetti di sviluppo all’orizzonte e secondo perché quella tipologia di lavoratori è molto legata alla nascita e alla crescita delle piccole o medie imprese, ha una formazione molto specifica che va bene per quell’impresa e non per altre.

Intanto è significativo anche il dato relativo al lavoro nero: nel 2010 secondo l’Istat oltre il 10% degli italiani ha lavorato “senza regole”. La responsabilità in questo caso è delle imprese.
La responsabilità è sempre individuale. Quindi non delle imprese, ma degli imprenditori che evadono, fanno una concorrenza scorretta, vincono la sfida sul mercato aggirando le regole. E questo è esattamente quello che un’associazione come la mia non vuole e denuncia regolarmente.

Ma pare difficile da estirpare.
L’evasione è non solo un problema culturale, comincia a diventare un problema economico, perché chi evade si trova anche una forza finanziaria e delle risorse più grandi di chi sta sul mercato correttamente rispettando le regole. Ma siamo tutti corresponsabili se l’evasione è al 25 per cento complessivamente del nostro Pil.

Per combattere la disoccupazione la Regione Lazio, per esempio, ha stanziato dei fondi per l’autoimprenditorialità. Secondo lei è rischioso per un giovane aprire un’impresa in questo periodo?
Oggi, se vogliamo un mercato più sano e corretto, dobbiamo pretendere che le aziende che operano sul mercato rispettino le regole della qualità, dell’ambiente, della sicurezza. Ma per rispettarle bisogna far fronte a tantissimi costi che un piccolo, piccolissimo artigiano, comincia a fare fatica a sostenere da solo. Ecco perché secondo me è molto rischioso. Anche se la battaglia per aumentare l’imprenditorialità dei lavoratori è una bellissima battaglia, perché è da questo tipo di persone che nascono le grandi idee, i grandi progetti, le grandi imprese, bisogna andare cum grano salis quando si fa una politica di questo tipo.

Ritornando alla crisi, qual è la via di uscita secondo lei?
Nessuna grande riforma di un Paese importante come il nostro può essere fatta da soli. Non si può calare dall’alto ma non può essere nemmeno una riforma che nasce solo dal basso. C’è bisogno di un dialogo costante, continuo, rispettoso l’uno dell’altro. Io credo che anche in questo nostro territorio troppe volte alcune istituzioni non abbiano creduto che questo fosse il metodo corretto.

E in concreto?
Dobbiamo pretendere che il pareggio di bilancio sia anche un obiettivo di tutte le attività imprenditoriali del nostro territorio, compresi Comune, Provincia e Regione, in tutte le attività imprenditoriali cioè che il pubblico svolge nel libero mercato in concorrenza con le attività private.

Secondo lei c’è da essere ottimisti su una possibile ripresa?
Faccio l’imprenditore, ho 45 anni, sono obbligato a essere ottimista di fondo. Ma se continuiamo a pensare che tutto possa essere scaricato sul governo centrale e non ci responsabilizziamo tutti noi, i cittadini, gli imprenditori, i lavoratori e gli amministratori, secondo me c’è poco da essere ottimisti.

30 settembre 2011

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