L’origine della crisi e la forza dei risparmiatori

di Fabio Salviato

L’attuale crisi finanziaria che sta colpendo l’Europa è la conseguenza di profondi squilibri a livello globale. Gli stessi che sono stati responsabili del “lunedì nero” del 1987, quando le borse crollarono in un solo giorno di 22 punti negli Stati Uniti e di 26 punti in Gran Bretagna, ma anche degli shock del 1997-98 in Asia orientale, America Latina e Russia, della bolla di internet nel 2000-2003 e della “tempesta perfetta” che si è originata dai mutui subprime nell’estate del 2007.

Se si vuole elaborare una qualsiasi ricetta per superare la crisi è quindi di fondamentale importanza analizzare le cause di questi squilibri. La causa più evidente è sicuramente lo sviluppo patologico, a partire dai primi anni ’90, della finanza mondiale. Spinti da leggi sempre più permissive, approvate da politici accondiscendenti, i mercati finanziari si sono sviluppati in modo incontrollato.

Da un’economia basata sulla produzione si è passati progressivamente a un sistema basato sempre di più sul debito. La produzione di denaro per mezzo di denaro ha preso il sopravvento sulla produzione di denaro basata sullo scambio di merci e servizi. Il mondo si è “finanziarizzato”. Se nei primi anni Ottanta le attività finanziarie equivalevano all’incirca al Prodotto interno lordo del pianeta, alla fine del 2007 erano quadruplicate: per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie.

Un altro fattore di squilibrio è costituito dallo sviluppo di un sistema finanziario “ombra” sottratto a ogni forma di tracciabilità e sorveglianza, nel quale circolano miliardi di prodotti derivati scambiati al di fuori delle borse, che in molti casi possono essere detenuti dalle banche senza l’obbligo di registrarli in bilancio. Nel 2007 l’ammontare di questi derivati trattati “over the counter” (al banco, tra privati e non in mercati borsistici trasparenti) e quindi nell’ombra, era pari a 12,6 volte il prodotto interno lordo del mondo.

Questo sviluppo incontrollato della finanza non sarebbe stato possibile senza leggi e decisioni politiche. E negli ultimi venti anni, in cambio di favori e finanziamenti, la politica si è totalmente asservita al mondo finanziario. Anni di pressioni e di lobbying da parte delle grandi banche e compagnie di assicurazione e centinaia di milioni di dollari versati a favore delle campagne elettorali di ogni schieramento, soprattutto negli Stati Uniti, hanno portato a una progressiva deregolamentazione dei mercati.

Oggi il risultato finale del predominio della finanza sull’economia reale è sotto gli occhi di tutti: dagli anni Ottanta in poi il 10% della popolazione mondiale si è arricchito in modo spropositato, mentre il restante 90% ha dovuto far fronte a redditi sempre più stagnanti. Con la connivenza della politica, la finanza si è trasformata in un mostro che ha continuato ad estrarre reddito dal lavoro e dalla produzione per trasferirlo sulle rendite finanziarie.

Di fronte a questi fenomeni di portata globale i cittadini si sentono spesso impotenti, semplici “spettatori” di processi apparentemente lontani dal quotidiano, che a prima vista non si riescono ad influenzare. In realtà ogni cittadino è parte integrante del sistema economico e finanziario: lavora, percepisce un reddito, risparmia, investe, acquista titoli di Stato, quote di fondi di investimento, deposita liquidità su conti di risparmio, sottoscrive polizze assicurative.

Non solo i piccoli risparmiatori, il ceto medio e medio-basso, saranno anche le principali vittime dell’attuale crisi del debito, perché per farvi fronte saranno tagliati servizi fondamentali come la sanità, l’educazione, le pensioni, e sarà reso sempre più precario il lavoro.

Che cosa può fare un cittadino contro l’attuale crisi? Quali strumenti ha per prevenire o attenuare gli impatti di possibili crisi future (finanziarie, ma anche ambientali e sociali)?

Prima di tutto un cittadino responsabile può scegliere di dire di “no”, “non con i miei soldi”. I cittadini possono sottrarsi alla macchina distruttiva del finanzcapitalismo e dire “sì” a una finanza veramente responsabile. Come? Iniziando ad informarsi. Cercando di capire, per esempio, che un servizio o un prodotto finanziario non possono offrire rendimenti molto superiori alla media se non in cambio dell’assunzione di rischi elevati o della creazione di nuovi squilibri.

Come osserva il sociologo Luciano Gallino nel libro Finanzcapitalismo, quando i profitti o le rendite superano di varie volte la crescita reale della ricchezza prodotta, l’extra-valore che viene estratto (e non prodotto) dalla finanza può generarsi solo in due modi:

a) con una redistribuzione della ricchezza a spese di altre fonti di reddito, realizzata mediante manipolazione di prezzi a scopi speculativi, salari in flessione, privatizzazione di prestazioni statali o sfruttamento internazionale;
b) con una crescita solo nominale dei valori (di titoli e prodotti finanziari) che porta all’inflazione dei prezzi generando bolle speculative.

Quindi tutti noi, quando corriamo a sottoscrivere un prodotto o un servizio finanziario, attratti da rendimenti molto superiori alla crescita dell’economia reale, contribuiamo ad aumentare lo squilibro del sistema, le disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo e, all’interno dei singoli Paesi, tra una sempre più esigua minoranza di ricchi e una sempre più estesa maggioranza di poveri, impoveriti, “working poors”, precari, disoccupati.

Il primo dovere di un cittadino responsabile è quindi quello di “staccare la spina” a un sistema finanziario che distrugge valore, togliendo prima di tutto i suoi risparmi dal casinò delle borse e dei mercati non regolamentati. E investendo in beni e progetti reali e sostenibili con ricadute dirette sul benessere delle persone, sull’ambiente e sul tessuto sociale. Perché la fine della crisi parte dalla consapevolezza di ognuno di noi e dalla forza delle nostre scelte individuali.

19 settembre 2011

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