“Carnage” di Polanski, tra teatro e cinema

La pellicola non è solo una prova di bravura fine a se stessa. Ma, grazie all’alta professionalità del regista e dei quattro attori, dà spessore e credibilità allo scontro che si crea e agli argomenti forti affrontati di Massimo Giraldi

Presentato in concorso alla Mostra di Venezia, «Carnage» ha raccolto subito molti consensi ed è stato inserito tra i possibili vincitori. Alla fine non ha invece ottenuto alcun riconoscimento, lasciando parecchie perplessità. Si è detto che il presidente della giuria, l’americano Darren Aronowsky, non era ben disposto verso uno come Polanski, tuttora inseguito da un mandato di cattura che gli impedisce di mettere piedi negli Stati Uniti per la grave vicenda relativa alla morte di una minorenne circa 40 anni fa. Sono naturalmente voci non confermate, che riguardano il Polanski uomo ma non il regista. Il quale regista, ormai prossimo agli 80 anni (è nato a Parigi da genitori polacchi nel 1933, padre e madre morti a Mathausen e Auschwitz), mette in mostra una invidiabile freschezza espressiva e una grande capacità di reinventare l’immagine.

La trama è semplice. Fuori da una scuola, due ragazzini undicenni litigano e uno colpisce duramente l’altro con labbra gonfie e denti rotti. Dal fatto visto da lontano, si passa a un «interno». I genitori della «vittima» invitano quelli del «colpevole» a casa loro per cercare di risolvere la faccenda. Gli iniziali convenevoli scherzosi si trasformano ben presto in discorsi di tono diverso: battute al vetriolo che sfociano in un crescendo di sottolineature delle ridicole contraddizioni e di grotteschi pregiudizi dei quattro genitori. Appena affrontato, un argomento ne tira dietro un altro, e così in un crescendo inesorabile e involontario che crea le premesse per una vera e propria resa dei conti. Al termine della quale niente può dirsi risolto, e solo i due adolescenti trovano la capacità per spiegarsi e capirsi meglio.

All’origine del film c’è un testo teatrale, «Le Dieu du carnage», scritto da Yasmina Reza e andato in scena con grande successo a Parigi, Londra, Broadway a partire dal 2006. Polanski ha visto lo spettacolo nella Capitale francese, ne ha intuito le potenzialità di impatto e, con l’aiuto della stessa autrice, ne ha curato l’adattamento per il grande schermo. L’originaria ambientazione parigina è stata spostata a New York, mentre uguale è rimasta la volontà di mantenere lo svolgimento in tempo reale: il copione dura 80’, proprio come l’incontro tra le due coppie. Polanski gira senza interruzioni e in un unico ambiente, l’appartamento dei coniugi Longstreet. «Una vera sfida nel passaggio dal palcoscenico al grande schermo», ammette il regista. Una sfida superata egregiamente, va detto, perché l’alta professionalità di Polanski e dei quattro attori non è solo una prova di bravura fine a se stessa ma serve a dare spessore, credibilità e verità allo scontro che si crea e agli argomenti forti che vengono affrontati.

19 settembre 2011

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