L’orrore e la memoria

Nella Giornata della Memoria, intervista a Piero Terracina, ebreo romano tra i pochi sopravvissuti di Auschwitz, deportato a 15 anni. Oggi parla alle scuole: «perché quel passato non ritorni» di Mariaelena Finessi

Piero Terracina, ebreo romano di 85 anni, è uno degli ultimi reduci viventi di Auschwitz. Nella primavera del 1944 venne catturato a Roma insieme a tutta la famiglia riunita in casa per la celebrazione della Pasqua ebraica. Era poco più che un ragazzino quando le SS lo fecero salire sul convoglio che lo condusse nella disumanità del lager. Del giorno in cui arrivarono i russi a liberare il campo Piero non ricorda nessuna alcuna scena di gioia che pure hanno mostrato in seguito i documentari. Ai sopravvissuti venne chiesta la collaborazione per seppellire i morti che i tedeschi avevano lasciato nel campo. Piero non aveva ancora 17 anni, era alto un metro e 75 e pesava 38 chili. Di quella famiglia di otto persone Piero, il più piccolo, è il solo sopravvissuto. Oggi non si stanca di girare l’Italia, specie le scuole, per raccontare la ferocia nazista. Perché tutto può ripetersi: «È accaduto – scrive con amarezza Primo Levi -, quindi potrebbe accadere di nuovo». Tante le iniziative che in occasione della Giornata della Memoria, che si celebra il 27 gennaio, lo vedono allora ospite e protagonista suo malgrado. In questa intervista, Terracina spiega la «normalità» di coloro che furono in grado di progettare, realizzare e tollerare la Shoah.

Pensando alle sofferenze patite o osservate negli altri ad Auschwitz, lei ha detto che è difficile raccontarle perché «esiste un limite alla credibilità dell’orrore».
Se pure io raccontassi i particolari dell’orrore che ho visto con i miei occhi, certamente molti stenterebbero a credere che ciò sia veramente accaduto. Posso farle un esempio. Tanti anni fa mi intervistò un noto storico. Insistette perché raccontassi almeno un episodio e, per quella sola volta, mi lasciai convincere. Ricordai un fatto crudele al quale avevo assistito. Evidentemente non mi credette perché non pubblicò mai quel racconto. Anni dopo mi disse che, in una intervista, un sopravvissuto alla Shoah in Francia gli riferì lo stesso episodio e nemmeno allora lui ebbe il coraggio di pubblicarlo. Perché allora insinuare dei dubbi? Credo sia sufficiente raccontare la quotidianità della quale, comunque, l’orrore faceva parte.

Qual è il «piccolo» dettaglio che lei non dimenticherà mai della sua esperienza nel lager?
La violenza costante. Come le punizioni alle quali dovevamo assistere e per le quali esisteva una scala che andava dalle 25 bastonate che due prigionieri dovevano dare con tutta la forza di cui erano capaci per non essere a loro volta puniti, fino all’impiccagione. A volte accadeva, rientrando la sera dal lavoro, di essere fermati nel piazzale all’entrata: sulla sinistra trovavamo le forche erette e dovevamo assistere all’impiccagione senza poter distogliere lo sguardo. Eravamo osservati e se avessimo abbassato lo sguardo ci sarebbe inevitabilmente arrivato il colpo di bastone o di frusta.

Cosa è cambiato dopo Auschwitz nella sua percezione del mondo e della vita?
Non posso sapere quanto Auschwitz mi abbia cambiato. Certamente non sono stato quello che avrei potuto essere.

Lei ha una sua idea sul perché tutto questo sia potuto accadere?
Questa è una domanda che ognuno dovrebbe porsi: interrogarsi sul «come», non potendo dare una risposta al «perché». Gli esecutori materiali erano persone del tutto normali, spesso colte e intelligenti. Sì, perché non si può progettare e costruire Auschwitz, un luogo dove si uccidevano e si riducevano in fumo e cenere migliaia di esseri umani come nella più organizzata ed efficiente delle industrie, se non si è colti e intelligenti.

Cos’è la «memoria»?
La Memoria, con la maiuscola, è un filo che lega saldamente il passato al presente e condiziona il futuro. Soltanto facendo memoria di ciò che è stato – trasmettendolo attraverso le generazioni – possiamo sperare che il passato, quel passato, non ritorni perché il pericolo esiste per altre minoranze che, in quanto tali, hanno poche o nulle possibilità di difendersi. Le minoranze sono sempre a rischio perché è facile fare di esse il «capro espiatorio» quando in una società, come sta accadendo adesso, le cose non vanno bene.

Cosa pensa del ruolo dei cattolici in quegli anni?
I cattolici negli anni della persecuzione antiebraica si sono comportati in vari modi. Nel 1938, quando furono emanate le leggi razziali che perseguitavano i cittadini italiani di religione ebraica, chi era fascista la pensava come Mussolini. Ci sono poi voluti tre anni di guerra, morti e distruzioni perché cambiassero idea. Naturalmente c’erano anche coloro che dissentivano ma non potevano farlo apertamente.

27 gennaio 2014

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