Mario Venuti è “L’ultimo romantico”

Il cantautore siciliano in concerto il 6 dicembre all’Auditorium Parco della Musica presenta il nuovo album. Che non manca di sfumature spirituali di Concita De Simone

Voce e timbro sono inconfondibili. E capaci di far arrivare subito a chi li ascolta i testi delle sue canzoni mai banali. Il siciliano Mario Venuti, nato nel 1963 a Siracusa e residente a Catania, ha scelto Roma come prima tappa del tour invernale e sarà in concerto alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica il prossimo 6 dicembre per presentare “L’ultimo romantico”, l’album uscito lo scorso maggio. Venuti, accompagnato da Franco Barresi alla batteria, Vincenzo Virgillito al basso elettrico, Osvaldo Di Dio alle chitarre e Tony Brundo a tastiere e pianoforte, si esibirà con i suoi più grandi successi e con i brani del suo ultimo disco di inediti. La produzione artistica del live è stata seguita da Tony Canto.

Il suo pop melodico di oggi ha radici nel rock degli anni Ottanta, quando Venuti, insieme a tre giovani musicisti forma i Denovo, band tra le più significative di quegli anni, che si scioglierà nel 1990. Poi la carriera da solista, che comincia viaggiando alla ricerca di nuove ispirazioni e lo porta sino in Brasile, dove fa di Caetano Veloso una sua personalissima icona. Riparte come autore, e firma “Amore di plastica”, presentato a Sanremo Giovani nel 1996 da Carmen Consoli. Dovrà aspettare il 2003 per far riesplodere la sua popolarità come cantautore. È di quell’anno il singolo “Veramente” che spopola in tutte le radio. L’anno dopo, al Festival di Sanremo, vince con “Crudele” due premi importanti e prestigiosi: il premio Mia Martini/Premio della Critica, e il premio Radio e TV private, e nel 2005 la sua “Echi d’infinito” cantata da Antonella Ruggiero con cui vince Sanremo. Altro successo nel 2008 con “Un altro posto nel mondo”, nomination ai Nastri d’argento come migliore canzone originale del film “Agente matrimoniale” prodotto da Eleonora Giorgi.

“L’Ultimo Romantico” segna il ritorno del cantautore siciliano, a tre anni di distanza da “Recidivo” (2009) e dopo l’esperienza teatrale con il musical “Jesus Christ Superstar”. Dodici brani inediti (dieci dei quali a quattro mani con Kaballà) contenuti nel disco, di cui è produttore artistico insieme a Roberto Vernetti. Quella di Mario Venuti è sempre una “leggerezza pensosa”, come scriveva Italo Calvino: non è banalità, ma la capacità di restituire la semplicità e l’esattezza delle cose, lasciando spazio a storie, punti di vista, ironie sul mondo moderno.

Non ti vergogni di essere romantico e non dovrebbero neanche quelli che non lo dichiarano così apertamente…
Certo, ma, attenzione: romantico, non sentimentale. Il titolo dell’album nasce come reazione ai tempi che viviamo. Oggi la parola “romantico” dovrebbe riacquisire il suo antico significato. Romantico è chi reagisce alla razionalità con l’emotività, la fantasia e l’immaginazione, il romantico insegue il sogno, la visione, la follia. Quel sogno mi ha spinto a fare della musica la mia vita. Il musicista lavora sulle emozioni, su beni immateriali. Io reagisco così allo spread.

Chi sono gli «angeli che hanno ucciso la tristezza in un lampo di meraviglia, trasformando tutto in forma di rosa» come canti in “Rosa porporina”?
Tutta la canzone è una metafora della bellezza dell’arte. Non per niente è una rosa, perché ha le spine, cioè l’arte nasce anche dalla sofferenza. Gli angeli sono tutti quelli che ci credono, che lottano per la vita e per la tutela della bellezza.

Nella canzone “Rasoi”, attraverso la chiave dell’ironia, ti poni un significativo interrogativo: cosa è veramente utile e cosa è superfluo?
Com’è che si dice oggi? «Toglietemi tutto ma non il superfluo». Le cose si confondono, non si sa più distinguere. Anche qui, il brano nasce dalla cronaca, dai tempi che viviamo: ci sono tagli dappertutto. Ma taglia-taglia, alla fine si rischia di sanguinare.

Qual è il messaggio tra le righe di “Gaudeamus”?
La canzone si ispira al “Gaudeamus igitur” musicato da Brahms, e nasce come inno alla giovinezza che passa presto. Il mito della giovinezza che si protrae quasi ai limiti della decenza è un tema che mi è molto caro. Io mi sento figlio del mio tempo, ma la società impone di rimanere congelati, con esiti talvolta grotteschi. Un conto è mantenere lo stupore infantile, un altro, come canto anche in “Dna”, è il patto con il diavolo. Mi piace pensare che dove non arriva la scienza potranno le mie canzoni a cui delego l’impegno di sopravvivermi!

Cos’è “Quello che ti manca”, parafrasando una tua canzone?
A volte penso che non mi manchi niente, ma il desiderare è nella natura umana, è il motore delle cose. Lo dicevano già i latini, uno deve guardare sempre in alto. E comunque non desiderio cose materiali, sia chiaro!

È un’impressione, oppure ci sono diversi richiami spirituali nelle canzoni di questo album?
Riconosco una certa componente spirituale, che non è misticismo, ma è soprattutto saper riconoscere la bellezza del Creato.

Sarà un concerto romantico quello di Roma?
Ci sarà la mia musica, poi la gente recepisce come vuole. Penso però che già nel mio modo di cantare ci sia uno slancio passionale, un’attitudine all’amore e credo che questo arrivi al pubblico.

30 novembre 2012

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