Medio Oriente, dare speranza a chi vive nella paura

All’indomani della liturgia per la pace celebrata dal patriarca melkita Haddad, l’allarme di Aiuto alla Chiesa che soffre. Padre Halemba: «Fornire cibo, medicine e bevande ai rifugiati, ma anche assistenza spirituale» di Lorena Leonardi

«La Siria chiama e Roma risponde». L’ha detto l’archimandrita Mtanios Haddad, patriarca della Chiesa greco-cattolico melkita e rettore della basilica romana di Santa Maria in Cosmedin, venerdì primo febbraio nell’omelia di una Divina Liturgia in rito bizantino per invocare la pace in Siria e in Medio Oriente.

«Non armi, né terrorismo: alla Siria, orgogliosa culla dei cristiani in Medio Oriente – ha detto padre Haddad – dobbiamo mandare un messaggio di pace». Il Paese «ha sempre vissuto nella pace, diventando un modello di convivenza e dialogo interreligioso. Vero, ci sono stati alti e bassi, come in ogni famiglia, ma sempre in pace. Non bisogna permettere che in questi alti e bassi si infiltrino razzismo, estremismo religioso, cristiano o musulmano che sia. In Siria, così come in Iraq, Palestina, Libano e tutto il Medio Oriente, non si può lasciare nel peccato colui che non ama suo fratello».

«È necessario – ha proseguito il sacerdote melkita – far tacere le armi e imboccare la strada del dialogo e della riconciliazione, smettendo di sostenere gli aiuti economici che finanziano questa guerra. Armi e uomini che danneggiano la Siria – ha spiegato – vengono dall’esterno, dagli interessi dei paesi stranieri. Con l’arrivo dell’Islam non siamo mai stati perseguitati, la convivenza è stata possibile».

«Mentre continuano gli scontri – afferma padre Andrzej Halemba, responsabile internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre per il Medio Oriente – le rigide temperature invernali hanno aggravato le condizioni di profughi e sfollati interni. È essenziale distribuire gli aiuti attraverso le diocesi e la Caritas», spiega padre Halemba. È fondamentale «dare una speranza ai cristiani rimasti in Siria che sono costretti ogni giorno a convivere con la paura. Le esigenze materiali sono importanti, ma non possiamo fermarci a queste. Dobbiamo fornire cibo, medicine e bevande ai rifugiati, ma anche assistenza spirituale».

I rapimenti a scopo di riscatto sono divenuti una pratica giornaliera, soprattutto nel Mali, da dove monsignor Georges Fonghoro, vescovo della diocesi di Mopti, lancia un appello: «Dobbiamo agire immediatamente. Le necessità della popolazione sono enormi. Negli ultimi mesi – continua monsignor Fonghoro – i maliani hanno sofferto molto, specialmente nel Nord del Paese. Ora la situazione è lievemente più tranquilla, ma lo stato di emergenza è durato più di tre mesi e in molti hanno paura a tornare nei propri villaggi».

4 febbraio 2013

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