“Migrazioni di ritorno: il caso italiano”

Nella sede del Cnel la presentazione della ricerca realizzata in collaborazione con il Dossier Immigrazione Caritas-Migrantes di R. S.

Viene presentato questa mattina, presso la sede del Cnel, il volume “Migrazioni di ritorno: il caso italiano – Return migration: the Italian case”, curato dal Centro Studi IDOS, Punto nazionale di contatto dello European Migration Network (Emn) della Commissione Europea, in collaborazione con il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes e con il supporto del Ministero dell’Interno – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione.

Richiedenti asilo, stranieri accolti per motivi umanitari, persone recuperate dallo sfruttamento per fini sessuali. Questi i protagonisti della ricerca, ripresa anche da Caritas italiana – rappresentata questa mattina dal direttore don Vittorio Nozza -: volti diversi di un unico fenomeno, quello del ritorno volontario assistito, previsto formalmente per la prima volta dalla legge Turco/Napolitano in riferimento alle vittime di tratta e poi esteso dalla Bossi/Fini, nel 2002, ad altre categorie. In tutto, dal 1991 a oggi, si è trattato di poco più di 7mila casi. «Il numero però – hanno sottolineato i curatori della ricerca – non deve far pensare che si tratti di una posta scarsamente significativa. L’assistenza infatti può essere uno strumento da estendere ad altre categorie di immigrati, evitando così che i flussi irregolari continuino ad essere una voce estremamente dispendiosa per lo Stato e una posta fallimentare per gli interessati». Soprattutto in questo periodo di riflessione sulle possibili riforme da apportare al Testo Unico sull’immigrazione, «i dati riportati, l’esperienza maturata e gli ampliamenti ipotizzati possono tornare di grande utilità».

Al centro dello studio esposto da Antonio Ricci, referente del Punto di contatto EmnN in Italia, dunque, tutte le fattispecie di rimpatrio assistito finora praticate, con riferimento all’impatto esercitato da ciascuna di esse. A darne una lettura dal punto di vista operativo, Nadan Petrovic, responsabile del Servizio centrale per i richiedenti asilo e rifugiati, mentre al Sottosegretario al ministero dell’Interno Marcella Lucidi è andato il compito di analizzare il fenomeno dal punto di vista della politica, per la quale quella delle migrazioni resta una sfida centrale.

Dei 7.223 casi di ritorno registrati dal ’91 ai primi mesi del 2006, i tre quarti (72,7%) hanno beneficiato di programmi speciali legati alle emergenze umanitarie prima nei Balcani (inizio anni ’90) e poi in Kosovo (inizio del 2000). Dal 2001, anno di istituzione del Piano nazionale asilo (Pna, poi divenuto operativamente, dal dicembre 2003, Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, Sprar), al settembre 2006 si sono aggiunti altri 797 casi riguardanti richiedenti asilo, rifugiati, titolari di protezione temporanea, ecc., pari a circa l’11,0% del totale. Il restante 16,3% dei casi ha riguardato 458 vittime di tratta (6,3%), la cui assistenza al ritorno volontario trae inizio nel 1999; 571 lavoratori in difficoltà, assistiti dal 1992 a oggi grazie al Fondo per il rimpatrio gestito dall’Inps (10,0%); alcuni altri casi umanitari.

Si tratta per lo più di cittadini albanesi (41,5%), beneficiari di programmi di ritorno connessi all’emergenza sbarchi del 1991 e del 1997 e promossi dal ministero dell’Interno. Seguono nella graduatoria altri 4 paesi balcanici: il Kosovo (15,2%), la Romania (7,8%), la Serbia Montenegro (6,7%) e la Bosnia Erzegovina (5,5%). Per tutti, il programma di assistenza – gestito operativamente dell’Oim (rappresentata stamattina dal capo missione in Italia Peter Schatzer) e in alcuni casi anche da organizzazioni non governative ed enti locali – include tre fasi distinte: le attività propedeutiche alla partenza (informazioni, preparativi, colloqui con la persona che fa richiesta di assistenza al ritorno, iter organizzativo e logistico), il viaggio di ritorno, l’accoglienza all’arrivo e, infine, vari programmi di reinserimento nel luogo di destinazione finale. Senza nessun divieto di ritorno sul territorio italiano. Alla fine è prevista una fase di monitoraggio per verificare l’effettiva reintegrazione. La sostenibilità, spiegano gli operatori del progetto, «viene meno soprattutto quando il beneficiario percepisce il ritorno come un fallimento del proprio progetto migratorio, anche a causa delle aspettative deluse dei propri familiari che aumentano la frustrazione e il desiderio di ripartire».

Proprio sul tema della sostenibilità del ritorno si gioca, secondo gli esperti, il futuro delle politiche di integrazione. Se è vero infatti che è necessario reagire con rigore davanti a trafficanti o criminali, per tutti gli altri «c’è da chiedersi se è preferibile invitarli a lasciare il paese con un semplice foglio di via o, tenuto conto della loro volontà, aiutarli a reinserirsi in patria e, all’occorrenza, tenerli in conto anche nelle quote degli anni successivi». La questione di fondo è, insomma, si legge nella ricerca, «se una certa promozionalità non sia una via pedagogica alla legalità, in grado di ridimensionare traffici, trafficanti e irregolarità». Trovando una sintesi più efficace tra misure di contrasto e misure incentivanti, perché «la repressione da sola non basta». Quello che si richiede è «una politica migratoria più impegnativa che, coinvolgendo forze sociali, amministrazione e politici, dovrà riuscire a coniugare in maniera efficace controllo e solidarietà».

7 maggio 2007

Potrebbe piacerti anche