Milosz, un tormentato percorso di conversione
L’autore ebreo per parte di madre diventa cattolico nel 1928. Per lui «la più umile delle cose possiede una sua verità silenziosa e la realtà è fra tutte le occasioni, la più straordinaria» di Paolo Pegoraro
In ogni famiglia che si rispetti c’è uno zio bislacco che combina genio e sregolatezza, figurarsi poi nelle famiglie dei letterati. Il grande poeta polacco Czeslaw Milosz non mancò occasione di ringraziare lo “zio” Oscar per avergli inculcato il bisogno di una precisa gerarchia in ogni faccenda interiore, compresa l’arte, dove il peggior peccato è mettere sullo stesso piano il secondario e il primario. Scriverà di lui in due volumi, La mia Europa e soprattutto La terra di Ulro, descrivendolo come un visionario che predisse le imminenti catastrofi del Novecento, e allo stesso tempo annunciava l’inizio di un secondo Rinascimento dell’immaginazione. Ma chi era lo “zio” Oscar?
Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz (1877-1939), originario del Granducato di Lituania, ebreo per parte di madre, fu poeta, romanziere e saggista. Decadente per temperamento e non per posa, fu magnetizzato da Parigi dove frequentò Salmon, Jacob, Moréas. Stimatissimo da Apollinaire e grande amico di Oscar Wilde, concluse tuttavia questo periodo tentando il suicidio («Con calma serafica e sigaretta tra le labbra mi sono sparato un colpo di pistola nella regione del cuore. Come vedete, ahimé, ho fallito!»).
Seguiranno anni di peregrinazione, quasi fosse un personaggio del Wilhelm Meister – non a caso egli chiamava Goethe suo «maestro spirituale» – nei quali si interessa di politica, metafisica, archeologia, esegesi, etnografia, esoterismo. Studia la Bibbia, della Qabbalah, lo Zohar e le principali opere della mistica occidentale. La notte del 14 dicembre 1914, infine, riceve la visione intellettuale di un «sole mistico», un grande «Uovo infuocato» che lo introduce a una nuova visione della mondo.
Più pacata ma più intensa. «La più umile delle cose possiede una sua verità silenziosa» – scrive ne La Confessione di Lemuel – e la Realtà è «fra tutte le occasioni, la più straordinaria». Attraverso la lettura dei testi mistici, Milosz formula un sistema personale dove materia, tempo e spazio sono uniti nell’unico Movimento universale. Tale Movimento è ciò che l’uomo deve mirare a conoscere, ma potrà farlo solo attraverso un pensiero integrale che sia intuizione e ricordo, constatazione e amore.
Sfogliando l’antologia delle sue poesie (Sinfonia di Novembre, Adelphi 2008) risulta evidente la conclusione del capitolo decadente, nonostante l’autore rimanga fedele a uno stile lirico-meditativo probabilmente unico nel Novecento. Lo scoccare del quarantesimo anno di età diventa uno spartiacque tra la ricerca del «piccolo io» e quella di una santità quotidiana, come si legge nel componimento Nihumin: « Benedirò il pane dell’Affermazione, / Del sì eterno che per i puri ha il sapore / Del fuoco, del grano e dell’acqua».
Milosz diventerà cattolico praticante solo nel 1928, ma il suo tormentato percorso di conversione sarà la spina dorsale della sua intera opera. Anche nel romanzo filosofico L’amorosa iniziazione (Città Armoniosa 1979) incontriamo una storia di mutazione, quella di un misantropo privo di scrupoli la cui esistenza è sconvolta dalla comparsa di una donna che ne provoca la rinascita interiore.
«Ahimé! – si rimprovera il protagonista Pinamonte – Sappiamo appena amare e vorremmo pensare perfettamente!». Che si possa realmente conoscere solamente attraverso l’amore sarà una delle convinzioni più profonde dell’autore lituano, esternata in particolare nel dramma Miguel Mañara (Jaca Book 2007). Il testo teatrale è una vera e propria riscrittura del mito di Don Giovanni in forma di trattato sui gradi dell’amore: si comincia con il libertinaggio e si conclude con l’amor mistico, dove «chiunque ama veramente ama Dio». Amato dalla giovane Girolama che si lega a lui con giuramento eterno, ma muore pochi mesi dopo, Don Miguel si rivolge al Convento di Caridad per chiedere «il castigo del Dio geloso; l’umiltà del cuore; l’amore del reale». La sorprendente risposta dell’abate a Miguel è che egli pensa troppo al dolore: «Perché cerchi il dolore? Perché temi di perdere ciò che ha saputo trovarti? Penitenza non è dolore. È amore». Inizierà lì, «tra quattro mura d’eternità», il noviziato dell’ex libertino destinato un giorno a prendere il posto dell’abate che lo accolse.
27 dicembre 2011