Musica leggera, non solo canzonette
Alcuni esempi di canzoni italiane che esprimevano un senso “religioso”. Nella speranza che l’imminente Festival di Sanremo non seppellisca l’eterno tema della preghiera e dell’infinitamente altro di Walter Gatti
Non bisogna fidarsi troppo di coloro che si occupano sempre e solo di musica “di qualità”. Soprattutto se si occupano troppo “di un certo tipo di musica”, quella definita spesso d’autore oppure “alternativa” oppure ancora “indipendente”. Da un lato perché questo presume che l’unica musica “di qualità” sia quella che piace a loro, dall’altro perche inevitabilmente si sottintende che l’altra musica – quella che non piace a loro – non sia di qualità; e, per finire: la focalizzazione un po’ saccente su un modello unico di prodotto fa sì che gli altri prodotti escano dall’attenzione, come se non fossero sufficientemente importanti.
Così spesso in Italia si va a cercare, oppure si è particolarmente sensibili nei confronti di chi ha una certa reputazione artistico-cantautorale-culturale. Va da se che chi fa “musica leggera”, quel friabile pop più o meno radiofonico che si ascolta anche quando si fa sala d’attesa dal dentista, subisce una minor attenzione.
Tanto per citare alcuni esempi recenti, passano sotto silenzio del giudizio “colto” le riedizioni di Meraviglioso (un successo di Domenico Modugno, nel 2008 reinterpretato dai Negramaro) oppure L’immensità (nel 2009 Francesco Renga ci ha restituito una ottima versione di questa splendida canzone di Don Backy), canzoni che avevano un paio di colpe: erano poppissime e nel frattempo esprimevano un senso della vita incredibilmente differente da quello del nostro presente. Un senso sostanzialmente “religioso”, che negli anni del nostro caotico presente pare essere andato in pensione sostituito da problematiche di valore apparentemente più “a la page”.
Ed ecco allora mentre si avvicina (fortunatamente? sfortunatamente?) il momento classico del Festival di Sanremo, un ricordo non troppo recente, ma nemmeno perso nel trapassato remoto di un paio di canzoni che avevano entrambe le caratteristiche prima suggerite: perfetti prodotti pop, levigatissime e interpretate da due perfetti cantanti di successo, ma fortissime nel loro contenuto. Due canzoni presto dimenticate, ma da riprendere per la forza coraggiosa di dire certe cose.
Nel Sanremo ’91 Raf, allora all’apice del suo successo, portò all’Ariston una canzone di impianto evangelico, Oggi un Dio non ho, sorta di riflessione dolorosa sulla solitudine di Cristo forse influenzata dall’Ultima tentazione di Martin Scorsese e dalla complessa tragica umanizzazione della figura del Nazareno. La canzone alterna immagini e paure (“Sentivo solitudini l’ulivo del Getsemani, e accendersi le voci dentro la città, le croci che non porterò oggi un dio non ho. Madonna per la via non andar via che mi perderò… oggi un dio non ho, oggi un dio non ho, lascio il gregge io, oggi un dio non ho”), smarrimenti e ritrovamenti (“Dentro un vortice nuvole scoppiano e il sole cade giù e ho bisogno di aiuto e non c’è che da vivere, esistere giorno dopo giorno ancora non mi arrenderò…”), chiudendo tra speranza e indecisione ( “E nell’Amore si io rinascerò, chissà dove sei negli abissi miei ti ritroverò, ma oggi un dio non ho”).
Raf cantava di un Gesù smarrito di fronte alla sua missione terrena, ma lo smarrimento era della generazione giovanile dei primi anni ’90, speranzosa che il futuro qualcosa avrebbe portato, ma comunque “priva di un dio”. Allo stesso modo, e con andamento artistico molto più convincente, sempre al Festival ’91 ci fu Riccardo Fogli, che portò sul palco una vera e propria preghiera, Io ti prego di ascoltare, un brano firmato da Maurizio Fabrizio (con addirittura la chitarra di Clem Clempson, genio della sei corde elettrica), canzone da non perdere:
Io ti prego di ascoltare
quello che dirò,
sono sempre stato in viaggio, ormai
non penso che ti incontrerò;
ti credevo nel mio cuore
e non credo più,
qualche volta mi è sembrato di sfiorarti,
ma non eri tu.
Io ti prego di ascoltare
non andare via,
io continuo a dubitare
non so più qual è la strada mia,
che cosa è bene e cosa è male
quasi non so più,
tanto sembra tutto uguale in questo mondo
se non ci sei tu.
Chissà, forse se questa canzone l’avesse scritta Ligabue oppure l’avesse cantata Vasco Rossi, saremmo qui a raccontarla in modo diverso e sarebbe circondata d’altra reputazione nazional-popolare. Invece no: è “solo” una canzone pop cantata dall’ex vocalist dei Pooh, così delicata e potente allo stesso modo, capace di tirar fuori speranza (la bellissima immagine finale: “quella luce in lontananza dimmi che sei tu”) e fastidio nei confronti della quotidianità:
Io ti prego di ascoltare,
sono triste, sai,
non mi piace la mia vita,
questa vita che non cambia mai;
dimmi cosa devo fare
o non fare più,
né volare né affondare hanno senso
se non ci sei tu.
Io ti prego di ascoltare,
tu dovunque sei,
ti ho cercato in ogni modo
vedi, non mi sono arreso mai;
non lasciarmi naufragare,
non fuggirmi più,
quella luce che ora vedo in lontananza
dimmi che sei tu.
1991: erano altri tempi. Due anni dopo Renato Zero andava sullo stesso palco e si permetteva di cantare una canzone anacronistica, Ave Maria (“Rei, di questa cieca ignoranza, Rei, del vuoto di una presenza. Puoi, illuminarci Maria! Puoi, un’altra volta, puoi? Maria! Ave Maria! Sì, siamo meschini e anche vili. Ma Non siamo stati mai così soli. Ave Maria! Ave Maria! Ave Maria”).
Erano altri tempi. Qualcuno ancora aveva la sensibilità, il coraggio, la teatralità, la creatività di portare in tivù e sulle radio italiane cose che si chiamavano “preghiera” e “AveMaria”. Non importa se erano cose più o meno teologicamente ortodosse: c’era ancora il tema, c’era ancora un certo cuore, c’era ancora una certa supplica da elevare. E ora? Boh…
Chissà se nel Sanremo 2014 che si avvicina a grandi falcate (sarà inaugurato il 18 febbraio) ci saranno canzoni capaci di ruotare su una certa palpitazione profonda dell’esistenza. Chissà se c’è ancora qualcuno in circolazione, tra autori, interpreti, band, cantautori in grado di cogliere al volo quell’istante in cui certe domande si fanno dolorose e lancinanti e diventano spunto-suggestione-suggerimento per un più o meno anacronistico “hallelujah” (per dirla con Cohen) o per una “maledizione” (per dirla con De Andrè o con Alan Vega).
Speriamo in un colpo d’umanità. Arriverà da Cristiano De Andrè con Il cielo è vuoto? Oppure da Ron con Un abbraccio unico? Oppure da Giusy Ferreri o da Frankie Hi-Nrg? Oppure dai Perturbazione o dall’eterna Antonella Ruggiero? Comunque sia vien da dire: sorprendenteci, please. Uscite dal politicamente corretto e dateci qualcosa di vero. Di tremendamente pop (come Sanremo comanda), ma di terribilmente vero.
Possibilmente che ci rimetta faccia a faccia con qualcosa di eterno. Chissà se accadrà. Sperando che l’ovvietà dei temi che vanno di moda non abbia completamente sepolto l’eterno tema della preghiera e dell’infinitamente altro.
21 gennaio 2014