Nel deserto «fiduciosi dell’amore di Dio»

La liturgia nel Mercoledì delle Ceneri, presieduta da Benedetto XVI nella basilica di Sant’Anselmo all’Aventino. «La vera ricompensa è l’amore di Dio e la grazia che ne deriva» da Agenzia Sir

«Perdonare qualcuno equivale a dirgli: non voglio che tu muoia, ma che tu viva; voglio sempre e soltanto il tuo bene». Con queste parole, pronunciate in apertura dell’omelia per la Messa del Mercoledì delle Ceneri, Papa Benedetto XVI ha descritto ieri sera (17 febbraio 2010), nella basilica di Sant’Anselmo all’Aventino, la misericordia divina, «la sua assoluta signoria su ogni creatura che si traduce in indulgenza infinita». L’occasione liturgica delle Ceneri è stata sviluppata da Benedetto XVI richiamando «i quaranta giorni trascorsi nel deserto di Giudea», descritto come «un “battesimo” per Gesù», cioè un’«immersione nella “volontà” divina». «Inoltrarsi nel deserto e rimanervi a lungo, da solo – ha aggiunto il Papa – significava esporsi volontariamente agli assalti del nemico, il tentatore che ha fatto cadere Adamo e per la cui invidia la morte è entrata nel mondo; significava ingaggiare con lui la battaglia in campo aperto, sfidarlo senza altre armi che la fiducia sconfinata nell’amore onnipotente del Padre». L’atteggiamento fiducioso di Gesù, ha poi detto, mostra che «la salvezza è dono, è grazia di Dio, ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio assenso, un’accoglienza dimostrata nei fatti, cioè nella volontà di vivere come Gesù».

«In questa prospettiva – ha proseguito Benedetto XVI nell’omelia – si comprende anche il segno penitenziale delle Ceneri, che vengono imposte sul capo di quanti iniziano con buona volontà l’itinerario quaresimale. È essenzialmente un gesto di umiltà, che significa: mi riconosco per quello che sono, una creatura fragile, fatta di terra e destinata alla terra, ma anche fatta ad immagine di Dio e destinata a Lui». Il Papa ha quindi sviluppato il concetto di «polvere»: «Polvere, sì – ha detto – ma amata, plasmata dal suo amore, animata dal suo soffio vitale, capace di riconoscere la sua voce e di rispondergli; libera e, per questo, capace anche di disobbedirgli, cedendo alla tentazione dell’orgoglio e dell’autosufficienza». Benedetto XVI ha quindi parlato del «peccato, malattia mortale entrata ben presto ad inquinare la terra benedetta che è l’essere umano. Creato ad immagine del Santo e del Giusto – ha proseguito – l’uomo ha perduto la propria innocenza ed ora può ritornare ad essere giusto solo grazie alla giustizia di Dio, la giustizia dell’amore che, come scrive san Paolo, “si è manifestata per mezzo della fede in Cristo” (Rm 3,22)».

Benedetto XVI ha quindi affermato che per l’uomo che è davvero «umile», «il primo atto di giustizia è dunque riconoscere la propria iniquità, e riconoscere che questa è radicata nel “cuore”, nel centro stesso della persona umana. I “digiuni”, i “pianti”, i “lamenti” ed ogni espressione penitenziale hanno valore agli occhi di Dio solo se sono segno di cuori sinceramente pentiti». Il Papa ha quindi detto che «la vera ricompensa non è l’ammirazione degli altri, ma l’amicizia con Dio e la grazia che ne deriva, una grazia che dona pace e forza di compiere il bene, di amare anche chi non lo merita, di perdonare chi ci ha offeso». E ha poi proseguito affermando che «anche il Vangelo, tratto dal “discorso della montagna”, insiste sull’esigenza di praticare la propria “giustizia” – elemosina, preghiera, digiuno – non davanti agli uomini, ma solo agli occhi di Dio, che vede nel segreto». In conclusione, il Papa ha quindi ricordato che «anche ai nostri giorni l’umanità ha bisogno di sperare in un mondo più giusto, di credere che esso sia possibile». Per questo ha ricordato che «la Chiesa indica la conversione personale e comunitaria quale unica via non illusoria per formare società più giuste, dove tutti possano avere il necessario per vivere secondo la dignità umana».

18 febbraio 2010

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