Ngô Dình (Caritas): la sfida del reinserimento

La responsabile dell’Area immigrati della Caritas diocesana racconta il percorso di recupero delle donne vittime di tratta e le difficoltà lungo il cammino. Importante la formazione di Federica Cifelli

«Entrano, escono. Iniziano un percorso, e poi magari cambiano idea, per tornare a farsi vive dopo mesi». Non è facile il reinserimento sociale per le donne, spesso giovanissime, che decidono di sottrarsi al giogo della tratta. Lo sa bene Lê Quyên Ngô Dình, responsabile dell’Area immigrati della Caritas diocesana, che dal 1994, al Centro di ascolto di via delle Zoccolette 19, si occupa, tra le altre cose, dell’accoglienza e del recupero delle immigrate che decidono di fuggire dalla strada.

«Quando abbiamo iniziato – racconta – non c’era nessuna normativa di riferimento: chi voleva uscire dallo sfruttamento doveva denunciare gli sfruttatori, per vedersi riconosciuto al massimo un permesso di soggiorno per motivi di giustizia».

Una «copertura» di pochi mesi: il tempo necessario a terminare l’iter processuale, che non dava accesso al lavoro né garantiva la permanenza in Italia. «Operavamo all’insegna del “fai da te”: incontravamo le ragazze di nascosto, e dato che la Questura non aveva mezzi per aiutarci cercavamo alloggi specifici per loro».

È iniziata così una collaborazione mai più interrotta con gli istituti religiosi femminiliuna collaborazione mai più interrotta con gli istituti religiosi femminili «che. oltre a garantire la massima riservatezza, svolgono un ruolo di “contenitore” per le ragazze, garantendo loro un sostegno nei momenti di dubbio, di sconforto». Nel 1998, poi, la legge Turco-Napolitano, «di cui l’Italia va giustamente fiera», e la possibilità di avviare un percorso sociale di reinserimento sia per quante collaborano alla lotta contro gli sfruttatori, sia per quante non possono o non vogliono farlo.

«Spesso – spiega infatti Ngô Dình – le ragazze non sanno molto dei loro oppressori. In più, l’altro grande problema è l’impossibilità di tutelare davvero le famiglie rimaste a casa, sulle quali le organizzazioni criminali possono rivalersi in qualsiasi momento. E loro lo sanno». Oggi a via delle Zoccolette arrivano donne «accompagnate da presunti fidanzati o da ex clienti» oppure, molto spesso, indirizzate dal Comune, con il quale la Caritas ha contribuito a creare una rete per la lotta alla tratta che comprende, oltre agli istituti religiosi, diverse realtà del terzo settore.

Come quelle impegnate nel «Progetto Roxanne», nato dal Dipartimento per le politiche sociali, con uno sportello diurno e 4 unità di strada. «Potremmo dire – rileva Ngô Dình – che il Comune fa da regia, finanziando ad esempio l’ospitalità delle ragazze accolte dalle suore». Nel centro Caritas e nelle strutture ad esso collegate, con loro ci sono assistenti sociali e operatori legali appositamente formati a questo tipo di assistenza. Il «come» varia da caso a caso.

In generale però, osserva la responsabile, «ormai il vero problema non è più l’accoglienza ma l’inserimento sociale di queste ragazze, specie quelle già indurite dalla vita di strada. La vera sfida è fare informazione, ma anche formazione: all’inizio degli anni ’90 erano tutte molto più inconsapevoli. Oggi invece è cresciuto il cinismo, insieme all’ambizione a uno stile di vita più consumistico. Anche se nessuna si aspetta mai la riduzione in schiavitù». Proprio per questo il lavoro «pedagogico», di rieducazione, richiede moltissimo tempo. «E a volte funziona».

13 luglio 2008

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