«Non abbandonare chi ha commesso un reato»
A colloquio con Gaspare Sturzo, magistrato siciliano, sull’approvazione del decreto “svuota carceri”. Al centro il tema dell’educazione del detenuto e il ruolo della società civile nei percorsi di reinserimento di Nicolò Maria Iannello
È arrivato qualche giorno fa il via libero definitivo della Camera al decreto legge cosiddetto “svuota carceri”. Con 385 sì, 105 no e 26 astenuti il provvedimento è ora legge dello Stato. Ma in che cosa consiste e quali sono i possibili risvolti in un Paese come l’Italia, dove la popolazione carceraria, stando ai dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia aggiornati al 31 gennaio 2012, ammonta a 66. 973 detenuti a fronte di una capienza pari a 45.688 posti?
Da un punto di vista tecnico «si tratta di un provvedimento complesso perché riguarda più aspetti», spiega Gaspare Sturzo, magistrato siciliano che partecipa al progetto Anrel, Agenzia nazionale reinserimento e lavoro. Il primo aspetto da evidenziare è «l’allungamento da 12 a 18 mesi del periodo di detenzione domiciliare»; il secondo rimanda alle limitazioni «degli ingressi negli istituti di custodia cautelare con lo scopo di ridurre la tensione sociale nelle carceri». Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia dato che «oltre ad avere dei risvolti sui costi, una minore presenza di persone permetterà di proporzionare i servizi offerti dagli istituti al numero dei detenuti». Sembra anche che lo sfollamento abbia degli effetti sul lavoro degli agenti di polizia penitenziaria che «già oberato potrà gestire meglio la situazione con un numero inferiore di ospiti».
Al di là dei tecnicismi, Sturzo vuole mettere in evidenza alcune criticità che «in questo passaggio complesso dallo scontare la pena dentro il carcere all’esterno chiamano in causa il ruolo della società civile». Uscire dal carcere e tornare a casa infatti non semplifica la vita dei detenuti «considerando che si tratta sempre di persone che vivono, e hanno già vissuto, in un contesto di repressione». Non si tratterebbe quindi, secondo il magistrato, di «abbandonare tutti coloro che sono gli arresti domiciliari alla sorveglianza degli agenti di polizia» ma di sviluppare «forme sussidiarietà orizzontale che consentano di intervenire durante il percorso di rieducazione, accompagnamento e crescita spirituale del detenuto». Anche perché, spiega il magistrato, «l’esperienza ci insegna che per sopravvivere le persone in custodia abbandonate a se stesse potrebbero trasformare la casa in un luogo di spaccio di droga».
Così oltre alle novità introdotte dal decreto “svuota carceri” bisogna riflettere su ciò può fare il sistema Paese in termini di coscienza civile per stare vicino ai detenuti. Un grande contributo in tal senso potrebbe venire «dalle realtà associative e cooperative che tuttavia in questi tempi vivono delle grandi difficoltà a restare all’interno del cosiddetto mercato dell’economia civile». Difficoltà legate «a tecniche di managerialità poco efficaci e molte volte a forme di finanziamento pubblico di natura parassitaria». Possibili alternative a questo stato di cose verrebbero dall’emulazione «delle tecniche usate dalle aziende profit e dalla capacità delle realtà del mondo dell’associazionismo di consorziarsi».
Una questione inoltre, quella del provvedimento, secondo Sturzo, che «ci spinge a chiederci cosa si intenda con “educazione del detenuto”». Non è solo un processo economico «ma un impegno che interpella la nostra capacità di operare con il fine di risanare lo spirito di chi ha commesso un reato». E questo processo «non può essere «attribuito soltanto allo Stato ma a tutte le persone perché sono le persone che aiutano le persone». Superando quindi l’idea dello «Stato che educa», Sturzo rivaluta il ruolo della società civile e «la sua capacità di donare senza guardare al denaro».
Gaspare Sturzo contribuisce alle iniziative di Anrel, il progetto nato un anno fa e promosso dal ministero della Giustizia in collaborazione con diverse realtà cattoliche, per il reinserimento dei detenuti. L’idea centrale è «quella di creare un portfolio di competenze dei vari detenuti da potere associare alle imprese disposte ad accoglierli». Pur essendo in «una fase iniziale dato che non sono stati ancora erogati i fondi ci sono delle iniziative a Civitavecchia, dove 18 detenuti saranno impiegati per il recupero di rifiuti elettronici».
17 febbraio 2012