Omaggio ai defunti, dialogo con Dio

La Messa del cardinale Vallini al cimitero del Verano nella solennità di Ognissanti. L’invito a seguire la strada delle beatitudini «che portano alla pienezza della vita» di Emanuela Micucci

«Chi ci separerà dal suo amore, (…)? Né morte o vita ci separerà dall’amore in Cristo Signore». Il coro intona il canto mentre il cardinale Agostino Vallini benedice le tombe del Verano. È il momento più significativo della Messa in suffragio dei defunti celebrata il 1 novembre nel cimitero monumentale. A presiederla questo anno per la prima volta è il cardinale Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma.

Si sofferma sul significato profondo della solennità di Ognissanti e della commemorazione dei fedeli defunti. «La preghiera per i defunti – spiega il porporato – diventa invocazione per la loro sorte beata». Perché «il suffragio non è dire un requiem in eterno», ma vivere il mistero della comunione dei santi, «chiedere a Dio la forza di essere come Lui vuole. Allora anche noi saremo in cammino sulla gioia e sulla grazia del Signore, insieme impegnati a costruire un mondo sulla misura dei santi».

Sono diversi i modi in cui si visitano i defunti: per ricordarne la vita, rinverdire gli affetti, pregare, sperare. Il cardinale Vallini, all’assemblea che riempie numerosa il piazzale interno del cimitero, ne ricorda il senso profondo. «Sostare davanti a una tomba può esse l’occasione di una grande revisione di vita, ci mette nella condizione più propizia per meditare sulla Parola di Dio». Negli occhi di chi riflette davanti alla tomba di un parente si scorge un’ombra. Il dubbio che obbliga a porsi le grandi domande della vita: chi siamo, da dove veniamo, che ne sarà di noi, qual è il nostro destino. Comprendiamo la grandezza del dono della vita e insieme la sua piccolezza, fragilità e temporaneità. «Ci soccorre – ricorda il cardinale Vallini – la Parola di Dio che ci fa guardare alla meta del nostro cammino».

Quando proclamiamo, ad esempio, «credo nella comunione dei santi». «I santi – osserva ancora il cardinale vicario – sono le persone che hanno creduto che Gesù Cristo è il Redentore che, nonostante le debolezze e i peccati, ci ama, ci salva, ci libera con la potenza dello Spirito Santo, dalla miseria e dal peccato, se lo vogliamo». A sostenerci nel nostro pellegrinare è «la moltitudine dei santi». Il porporato ne ricorda alcuni. Di ieri e di oggi. Pietro e Paolo che a Roma hanno testimoniato «senza paura la loro fedeltà a Cristo». Poi San Francesco. Quindi, i santi del nostro tempo: padre Pio e madre Teresa di Calcutta. Infine, un pensiero anche per il Servo di Dio Giovanni Paolo II, «nella convinzione spirituale che sia già nella beatitudine eterna. Colui che era nostro maestro della verità e offriva le sue sofferenze per il Vangelo».

Dio chiama ciascuno di noi a farsi santo e ci indica la strada nelle beatitudini evangeliche, il manifesto del cristiano. «Aspetti – prosegue il cardinale – che nella logica del Vangelo creano beatitudine, cioè cose belle, che fanno bene, che giovano, che portano alla pienezza della vita, che però nel loro contenuto sono impegnativi». Il compito richiede sforzo, domanda riflessione. Perché la nostra fede diventi scelta consapevole, meditata. «Non possiamo essere cristiani per consuetudine». Dobbiamo confrontarci con Gesù, esorta, con la sua Parola, la sua Croce, «ma anche con la sua forza, con il dono che ci assicura», la vita eterna. L’Eucaristica allora «è un entrare dentro ciò che cambia la storia mia, della mia famiglia, del mio ambiente». E la Parola che ascoltiamo nella celebrazione è rivolta a ciascuno di noi, simili a Dio e «già collegati al Cielo, già in comunione con i santi, nel circolo trinitario che ci unisce in un popolo solo e in un corpo solo».

3 novembre 2008

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